Liguria da scoprire – Agli estremi meridionali del Vallo Alpino

I sentieri non sono mai soltanto vie di collegamento tra singole località o percorsi di ascensione a cime più o meno impervie. Ogni sentiero è un libro che racconta la storia dei luoghi attraversati e le cui pagine sono state scritte da tutti coloro che prima di noi lo hanno percorso e vissuto. Il sentiero si eleva così a luogo di memoria e sollecita l’escursionista a compiere un viaggio nello spazio e nel tempo, riportando alla luce vicende, persone, fatti poco noti o purtroppo dimenticati se non rimossi e accantonati alla stregua di meri elementi vestigiali. Pertanto le tracce non risultano sempre evidenti, ma spesso rimangono nell’ombra come testimoni timorosi di uscire allo scoperto. Tracce che se lette e interpretate correttamente restituiscono l’immagine di territori non solo percorsi ma abitati in ogni stagione dell’anno, dove riconoscere i contesti quotidiani in cui si è svolta la storia e riflettere sui segni volontari e involontari del passato che ha trasformato la montagna.

Le Alpi Occidentali sono un territorio geograficamente omogeneo ma in epoca moderna divenuto politicamente diviso, ove convivono due paesi che nel corso degli ultimi secoli si sono alternati nel ruolo di aggressore e aggredito. Eppure i crinali di queste montagne sono stati a lungo il centro di veri e propri mondi, quando il confine era ancora inteso come soglia porosa che implicava relazionalità e non come frontiera, parola di origine bellica che delinea un luogo dove ci si affronta.

La conformazione fisica di queste zone alpine e le numerose trasformazioni economiche e sociali di cui sono state protagoniste contribuirono a tracciare un limen permeabile consustanziale alla sopravvivenza di solidali microcosmi alpini, massima espressione della montagna aperta. Questi virtuosi “stati di passo” furono però lentamente sgretolati a partire dal XVIII secolo, con l’affermazione degli stati nazionali e l’atrofizzazione del mondo di confine in una linea sempre più stretta e sottile. La funzione di difesa iniziò a prevalere su quella di scambio e il limen diventò rigido vallum tra territori fisicamente vicini ma sempre più distanti e contrapposti in nome della necessità di proteggere una presunta coesione e omogeneità interna. Venne così meno la dimensione abitativa delle alte quote e comunità un tempo autosufficienti lasciarono progressivamente spazio a truppe e fortificazioni, rendendo queste montagne teatro di numerose e specifiche vicende di cui si può restituire memoria attraverso la definizione e la valorizzazione di luoghi emblematici.

Muovendoci lungo la catena delle Alpi Occidentali, una delle zone di maggior interesse storico è senz’altro l’area di confine tra la provincia ligure di Imperia e il dipartimento francese delle Alpi Marittime, precisamente lungo lo spartiacque tra le Valli Argentina e Roja.

Veduta sul confine italo-francese lungo lo spartiacque Argentina – Roja

Nella splendida cornice del Parco Naturale Regionale delle Alpi Liguri è possibile esplorare luoghi carichi di storia, teatro di battaglie di conquista tra truppe francesi e sabaude fin dalla fine del XVIII secolo. Vette quali Cima Marta, Testa della Nava e Monte Saccarello rievocano sanguinosi scontri che nel corso del XIX secolo portarono a un mesto fiorire di forti, bunker, baraccamenti, batterie, caserme, ricoveri e strade militari. Queste opere furono la base per la costruzione in epoca fascista di un nuovo ed esteso sistema di sbarramento e difesa del confine italiano nei confronti della Francia, parte integrante dell’imponente Vallo Alpino Littorio. Il maggior impegno fortificatorio si ebbe proprio nelle zone sopra Ventimiglia e in particolare nell’area gravitante intorno alla Cima di Marta, opportunamente considerata una delle posizioni più importanti di tutto lo spartiacque, garantendo l’aggiramento dei forti del Colle di Tenda e degli sbarramenti naturali delle Alpi Liguri e fronteggiando direttamente le opere difensive dell’Authion, facenti parte della linea Maginot.

Il caposaldo di Marta divenne così il punto nevralgico del V Settore Media Roja del Vallo Alpino. Tra il 1938 e il 1940, tra il costone roccioso di Balconi di Marta e la sottostante altura dei Castelli di Marta, fu scavato il più vasto complesso fortificato in caverna dell’intero Vallo Alpino Occidentale, composto da tre opere sotterranee collegate fra loro. Per capire l’immensità dell’opera basti pensare che l’intero complesso si estende orizzontalmente su una lunghezza di oltre 500 m e su un dislivello complessivo di 135 m, equivalente all’altezza di un palazzo di 45 piani.

Occorre ricordare come dopo la modifica del confine tra Italia e Francia sancita dal trattato di pace del 10 febbraio 1947, tutte le fortificazioni del caposaldo siano passate in territorio francese.

A destra la cima di Balconi Marta, oggi interamente ricadente in territorio francese

Descrizione dell’itinerario e delle fortificazioni visitabili

Il cammino che conduce al complesso fortificato in caverna di Balconi di Marta è costellato da numerose strutture superficiali, molte delle quali ancora oggi visitabili alla pari di buona parte della struttura sotterranea. Partendo dal valico di Colla Melosa, ampia insellatura facilmente raggiungibile da Pigna o da Molini di Triora, si abbandona immediatamente la sterrata per imboccare un sentierino sulla destra che sale ripidamente nel bosco in direzione del Rifugio Grai – Silvio Lepanto. Il sentiero non è altro che una scorciatoia, infatti si ricongiunge allo stradone militare (SP76) proprio nei pressi del rifugio, aggrappato alle pendici sud del Monte Grai.

Colla Melosa e Lago Tenarda dalla strada militare che aggira il massiccio del Monte Grai

Seguendo la pianeggiante carrareccia verso destra, in direzione Nord, si aggira il massiccio del Grai e si raggiunge velocemente una biforcazione dove tenere il ramo di sinistra per immettersi sul percorso dell’Alta Via dei Monti Liguri ed entrare in territorio francese.

Superato il confine di stato, l’asprezza dei contrafforti calcarei del Monte Grai lascia spazio alla dolce e prativa testata del vallone che scende verso Saorge, già al centro di cruenti scontri tra francesi e austro-ungheresi nell’aprile del 1794 e dove oggi si ergono le imponenti rovine dei Baraccamenti di Marta. I sei edifici vennero costruiti a partire dal 1890 per alloggiare oltre 500 uomini, almeno 30 quadrupedi, munizioni e rifornimenti al servizio del campo trincerato costituito da cinque batterie campali dislocate tra Cima di Marta, Balconi di Marta, Testa della Nava e Monte Ceriana.

Le rovine dei Baraccamenti di Marta
In primo piano i ruderi della torretta di una delle caserme dei Baraccamenti di Marta

Dalle caserme bisogna imboccare la pista inerbita che punta a Ovest, chiusa da una cancellata in legno al fine di impedire l’accesso veicolare.

Dopo qualche centinaio di metri, rivolgendo lo sguardo in direzione dello spartiacque si notano i resti di un ricovero in caverna che doveva ospitare truppe di contrattacco. Denominata Ricovero P, l’opera venne quasi interamente distrutta con l’esplosivo a seguito del trattato di pace.

Ancora qualche decina di metri in direzione della Cima di Marta e poco sotto la strada si scopre l’ingresso del Centro Claudio, centro di resistenza composto da tre malloppi in calcestruzzo e ospitante tre postazioni per mitragliatrice, una all’ingresso e due nella casamatta più a valle.

Ritornati sulla strada, si giunge rapidamente al Colle Rionard e all’omonimo Centro ivi allocato. Il Centro di resistenza Rionard era una piccola opera mista in calcestruzzo e caverna costruita durante i lavori di raddoppio del I Sistema Difensivo. La struttura è composta da un malloppo d’ingresso, originariamente equipaggiato con porta garitta, da un malloppo binato per due mitragliatrici Fiat modello 14/32 e da un ricovero in caverna.

All’interno erano presenti numerosi serbatoi per l’acqua, mentre al termine del corridoio era previsto il ricovero per le truppe con il locale per la ventilazione, mentre il lato opposto era destinato alla riservetta delle munizioni. Il Centro risulta ancora collegato al malloppo binato, raggiungibile mediante un corridoio spesso parzialmente allagato. Di estremo interesse il locale in cui erano tenute le due mitragliatrici Fiat, sulle cui pareti intorno alle piastre di corazzatura delle armi sono ancora leggibili le coordinate di tiro predisposte.

Superato il Colle Rionard, la strada riprende dolcemente a salire e in breve si guadagna la cima di Balconi di Marta (2122 m s.l.m.). La sommità del costone è a tutti gli effetti un belvedere privilegiato da cui poter ammirare la maestosa processione delle principali cime delle Alpi Liguri e Marittime. La vista spazia da Nizza fino alle Alpi Apuane e nelle giornate più terse è anche possibile scorgere all’orizzonte il frastagliato profilo della Corsica. Non a caso sulla vetta di questo balcone naturale venne eretto l’osservatorio del complesso fortificato, una casamatta in cemento armato collegata mediante 147 gradini scavati nella roccia al centro di fanteria sotterraneo 35 Bis e oggi utilizzato come ripetitore radio dal soccorso alpino francese.

Linea di cresta che digrada dalla cima di Balconi Marta verso Saorge

Un poco marcato sentiero sulla sinistra consente di scendere per una ventina di metri e scoprire gli ingressi al complesso in caverna: a nord l’ingresso artiglieria e a sud l’ingresso fanteria. Il nucleo principale dell’opera era infatti costituito dalla 605esima Batteria, ribattezzata Batteria del Balcone, e da due centri di resistenza di fanteria, il Centro 35 e il Centro 35 Bis. L’intera struttura era in grado di ospitare fino a 140 militari, i quali rimanevano a presidio delle opere per turni di 4-5 giorni prima di venire sostituiti da altrettanti commilitoni e ricongiungersi con il resto delle truppe di stanza presso i baraccamenti di Marta.

Ingresso fanteria del complesso in caverna

La Batteria del Balcone era composta da quattro casematte d’artiglieria collegate ad una galleria trasversale di servizio ove erano allocati i depositi munizioni e il vano con le apparecchiature per la ventilazione delle casematte. Le quattro casematte, armate con cannoni da 75/27 modello 06, puntavano sulla strada statale n° 20 della Val Roja e sul sottostante Vallone di Grò che, fino alla confluenza con il Vallone di Lugo, segnava il confine italo-francese prima del trattato di pace del 1947.

Il ricovero dei soldati era invece sistemato in una ulteriore e più ampia galleria trasversale, strategicamente disposta fra i corridoi d’ingresso in corrispondenza della parte con maggiore copertura di roccia. Unica tra le opere del Vallo Alpino, la Batteria del Balcone vantava la costruzione di un binario per i carrelli adoperati per il trasporto delle munizioni all’interno del corridoio dell’ingresso artiglieria e lungo l’intera galleria di servizio.

Continuando l’esplorazione si entra nei locali del Centro di fanteria 35 bis. Questi ultimi sono distribuiti su più aree situate a quote diverse e anche planimetricamente piuttosto distanti fra loro. Varcato l’ingresso fanteria si aprono subito i locali che necessitavano di scarichi esterni, ovvero le latrine, il deposito munizioni, il gruppo elettrogeno (in comune con il Centro 35) e il locale adibito a contenere i serbatoi di benzina di quest’ultimo. Il vano dei serbatoi dell’acqua fu invece scavato in posizione decisamente più interna lungo il corridoio, in modo che risultasse maggiormente isolato e protetto da temute contaminazioni esterne, riconducibili soprattutto a potenziali attacchi nemici con agenti chimici.

Oltrepassati i serbatoi, il corridoio si sviluppa in leggera discesa fino alla cima della ripida e viscida scalinata che conduce al cuore del Centro 35 Bis, situato ben 40 metri sotto l’ingresso fanteria. All’interno di quest’ampia zona erano previste le due postazioni per mitragliatrice Fiat 14/35, il rigeneratore dell’aria e la camerata per il presidio dove alloggiavano gli uomini.

Oltre alla prima latrina incontrata in prossimità dell’ingresso, i soldati ne avevano a disposizione una seconda decisamente più scomoda, posta ad una profondità di 75 metri al di sotto dell’ingresso fanteria e raggiungibile scendendo una scala di oltre 200 gradini. La posizione rimane solo in apparenza incomprensibile, poiché motivata dalla possibilità di realizzare senza troppa difficoltà lo scarico verso l’esterno.

Una delle ripide scalinate all’interno del Centro di Resistenza 35 Bis

Alla base della stessa ripida scala si apre inoltre il lungo corridoio di collegamento con il Centro di Resistenza 35, interamente scavato sotto l’altura dei Castelli di Marta.

In realtà secondo il progetto originale l’accesso all’opera avrebbe dovuto essere realizzato aprendo un camminamento nelle pareti rocciose del Balcone di Marta. Il progetto non venne poi realizzato perché il sentiero venne giudicato sia facilmente battibile da breve distanza da posizioni oltre confine sia difficilmente praticabile nel periodo invernale per il gelo o la neve che vi si sarebbe accumulata. Infine, si decise così di ricavare l’accesso al centro con un cunicolo partente dal Centro 35 Bis, lungo il quale vennero anche inseriti i cavi telefonici fondamentali per permettere le comunicazioni da e tra le postazioni. Come prevedibile, l’interno del Centro 35 non differiva molto da quello del Centro 35 Bis, se non per la presenza di una postazione per mitragliatrice in più e per la peculiare finestra garitta con feritoie per arma automatica posta all’ingresso della struttura.

L’immenso complesso fortificato del Caposaldo di Marta fu ultimato alla vigilia del conflitto italo-francese e alla cerimonia d’inaugurazione partecipò il principe Umberto di Savoia in persona. Ma nonostante l’enorme dispendio di risorse, economiche e umane, necessarie alla sua realizzazione, l’opera non venne mai coinvolta nei combattimenti della Seconda Guerra Mondiale e risultò di fatto inutilizzata e inutile. Unica eccezione furono i colpi sparati da alcune postazioni esterne in direzione del Col del Raus e dell’Authion, sufficienti almeno a dimostrare che cannoni e mitragliatrici fossero realmente funzionanti.

La visita interna dell’opera, nonostante sia stata spogliata di tutto il materiale trasportabile, risulta particolarmente interessante. Le condizioni di conservazione dei vari locali sono generalmente buone, fatta eccezione per la prima casamatta della Batteria del Balcone a cui sono state asportate le travi metalliche del soffitto. Data la notevole estensione dei locali sotterranei si consiglia di non avventurarsi all’interno da soli e di munirsi di efficienti mezzi di illuminazione, prevedendo lampade frontali e batterie di riserva. A causa della presenza di continue correnti d’aria e delle basse temperature registrate nelle profondità delle fortificazioni, si consiglia inoltre di coprirsi adeguatamente anche nella stagione estiva.

Infine, occorre prestare attenzione lungo le ripide rampe di scale che scendono ai Centri 35 bis e 35. L’elevata umidità le ha rese scivolose, così come il corridoio in forte pendenza che le segue. Nel pavimento di quest’ultimo si trovano inoltre alcuni piccoli tombini privi di copertura nei quali è possibile inciampare.

Se siete interessati all’esplorazione di questi magnifici luoghi e alla visita alle numerose fortificazioni non esitate a contattarmi!

LUCA CAVIGLIA


Sono Luca Caviglia, Accompagnatore di Media Montagna iscritto al Collegio delle Guide Alpine del Piemonte e membro del gruppo di accompagnatori e guide alpine “Hike&Climb Liguria”.
Nato a Genova nel 1991, mi sono prima laureato in “Scienze Naturali” presso l’Università degli Studi di Genova e successivamente ho conseguito il titolo Magistrale in “Evoluzione del comportamento animale e dell’uomo” presso l’Università degli Studi di Torino, con specializzazione in ricerca e gestione di carnivori e ungulati.
Amo la montagna in tutti i suoi molteplici aspetti e ogni mia escursione vuole essere una tavolozza piena di colori, con cui dipingere insieme ai partecipanti le meraviglie del nostro territorio.
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