Carema (TO): viticoltura eroica alle porte della Gallia

 La porta della Valle d’Aosta e delle Grandi Alpi è da oltre duemila anni collocata lungo quella che in epoca Romana era la Strada delle Gallie il cui caposaldo era la città di Aosta, ancora oggi ricca di memorie archeologiche dell’epoca. Lembi della Strada sono ancora oggi leggibili in Bassa Val d’Aosta lungo la SS26, purtroppo banalizzati dalla presenza delle infrastrutture stradali e dalla scomparsa di molti tratti.

Da sempre Carema ha rappresentato un luogo di confine e passaggio, sia dal punto di vista geografico e morfologico che storico ed etnografico ed ancora oggi – ultimo centro del Canavese – è un luogo di cerniera tra culture di montagna. assimilate dalle vicende storiche ma fortemente identitarie nelle diverse valli.

Carema si può considerare l’ultimo centro del Canavese ovvero quel territorio compreso tra la Dora Baltea (che solca quello che era il fondo del Ghiacciai della Valle d’Aosta) e le Valli Orco, Soana e Chiusella discendenti dal Gran Paradiso.  E’ una vasta regione morenica, ricchissima d’acqua e magnifica interfaccia tra le alte montagne delle Alpi Graie e Pennine e la Pianura.

La lunga morena sinistra detta Serra d’Ivrea è probabilmente il più esteso cordone morenico delle Alpi ed è uno dei più singolari ambienti alle porte delle Valle con le cime alpine più alte.

La posizione di Carema all’estremo settentrionale del Canavese

La viticoltura ha origini antichissime ed altrettanto antiche sono le testimonianze di coltivazione in ambiente montano. La filiera enologica è sempre stata una filiera particolarmente nobile ed economicamente pregevole, al pari dell’olio, giustificando investimenti molto ingenti in termini di lavoro e, negli ultimi tre secoli, anche sul piano agronomico e della scienza enologico.

La viticoltura di montagna: un patrimonio culturale e paesaggistico

 L’area alpina del Canavese, della Valle d’Aosta e delle Vali del Sesia confermano le antiche cronache: l’incisione risalente al 93 d.C. ritrovata nella villa del senatore romano Vibio Crispo, a Ghemme (allora Pagus Agamium), è una delle tante testimonianze di un passato viticolo remoto ma costante del Canavese, preludio a un’espansione che culmina alla fine del XIX secolo con un patrimonio di dodicimila ettari ridotti oggi a poco più di quattrocento. Nel mezzo si registrano intense crisi economiche locali, trasforrmazioni sociali

L’importanza di strappare superfici coltivabili alla montagna e, in generale, alle zone impervie e selettive per altre produzioni è sempre stata giustificata dall’osservazione dell’altro profilo qualitativo raggiunto dalle uve (e dunque dal vino) su suoli relativamente difficili dal punto di vista geolitologico e pedologico ed oggi questa relazione molto stretta tra suolo, microclima e genetica ha raggiunto standard elevatissimi. Nella seconda metà del ‘900 una notevole espansione del paesaggio vitato in tutte Europa ha portato a pericolose falle nella qualità e nella caratterizzazione delle produzioni inducendo l’Unione Europea ad adottare politiche di sistema assai stringenti con il triplice scopo di elevare la qualità, garantire la tenuta dei prezzi e proteggere il paesaggio tradizionale della viticoltura.

 La ricchezza culturale del mondo della vita ha giustificate intense trasformazioni fisiche ed insediative dei territori producendo alcuni tra i paesaggi rurali più significativi per l’umanità. In questo senso la storia produttiva dell’Europa e soprattutto del bacino del Mediterraneo non ha eguali e non è assolutamente confrontabile con quella della nazioni extraeuropee che negli ultimi decenni hanno aggredito il settore.

 Il paesaggio vitato era ed è una delle identità più forti dell’agricoltura mediterranea ed alpina e questo giustifica in pieno gli sforzi per frenarne il declino: dobbiamo infatti ricordare che molti paesaggi vitati sono in zone difficili quanto ad accesso, comodità di lavorazione, problematiche ambientali. La generale sofferenza della montagna in tutto il continente europea si traduce in una contrazione delle superfici vitate ed in una perdita di paesaggi tradizionali che rischia di essere irreversibile, oltre all’erosione di un patrimonio inestimabile di manufatti, opere idrauliche e di sistemazione del suolo (si pensi ai muri a secco delle Cinque Terre e delle Alpi, spesso sviluppati per centinaia di chilometri). Per questo alcuni comprensori viticoli sono stati inclusi nel patrimonio Unesco ed altri sono in attesa di concludere l’istruttoria.

Questo importante retroterra storico Il turismo nelle aree di produzione viticola di pregio è unanimemente riconosciuto come di elevata qualità, sia esperienziale che di approfondimento culturale e sicuramente il turismo di qualità è un veicolo importante di stabilizzazione di molte economie montane promuovendo, nel contempo, modalità evolute di coinvolgimento dei visitatori.

Il nucleo medioevale di Carema adagiato tra i vigneti ai piedi

La viticoltura Eroica

Questo termine, che può apparire fantasioso ed un tantino roboante, è in realtà una definizione coniata in alcuni ambienti scientifici particolarmente impegnati sul tema dell’agricoltura e della viticoltura di montagna. Questa definizione appare molto calzante per tutte quelle realtà (esattamente come Carema) dove i caratteri ambientali e del territorio costringono ad una produzione dove la meccanizzazione è minima (e quindi la componente del lavoro dell’uomo è massima…) ed i caratteri delle produzioni sono sostanzialmente gli stessi da secoli. In realtà il Cervim (Centro di Ricerca sulla Viticoltura di Montagna ha definito la viticoltura eroica come quella attuata su pendenza del terreno superiore a 30%; un’altitudine superiore ai 500 mslm e sistemi produttivi su terrazzamenti o gradonamenti. Questo approccio è condiviso a livello internazionale ove si trovano situazioni produttive simili ed analoghe problematiche di sopravvivenza di questi paesaggi. Nonostante la modernità di alcuni concetti riguardo la tutela attiva del paesaggio ed il turismo responsabile, addentrarsi nei contesti ove si pratica agricoltura eroica significa prendere coscienza con sistemi produttivi fortemente integrati con il territorio, faticosi e richiedenti un impegno costante da parte degli operatori oltre ad un importante bagaglio tecnico necessario per esaltare le performance produttive oggi richieste dal mercato.

Insomma un affare serio, al di là di frequenti semplificazioni tese a valorizzare il solo aspetto estetico e ludico-gastronomico di queste produzioni.

Le difficoltà logistiche dell’agricoltura di montagna

Scampoli di Storia

 Stretto tra Italia e Gallia in epoca romana, tra regno d’Italia e borgognone nel Medioevo, tra Piemonte e Valle d’Aosta nel contemporaneo L’importanza per i transiti è testimoniata dal ruolo di controllo della valle affidata ad una guarnigione militare che nelle diverse epoche ha sempre protetto questa percorrenza. Peraltro la presenza di una modesta miniera di rame giustificava il mantenimento di una certa attenzione da parte dell’Impero. In epoca medioevale l’intero territorio afferisce al Vescovato d’Ivrea non particolarmente tenero con la popolazione prevalentemente agricola dell’area di cui sono testimoniate le costanti vessazioni. Tale condizione prosegue successivamente con l’arrivo dei Marchesi del Monferrato che potenziano l’agricoltura e la viticoltura intravedendone un fondamentale ruolo mercantile. Nella prima metà del 1300 sono i Savoia a prendere il controllo di parti sempre più ampie del territorio canavesano caratterizzando anche Carema fino al 1797 quando viene definitivamente abolita la struttura feudale con le conseguenti spartizioni alle famiglie nobili locali. A seguito di ciò Carlo Emanuele IV include Carema nel Ducato d’Aosta ed a cavallo tra le due guerre mondiali il territorio comunale è ancora in provincia di Aosta. Solo dopo  il 1948 la ridefinizione dei confini amministrativi delle Province assegna Carema alla Provincia di Torino.

 Come si vede, una storia costantemente in bilico tra sollecitazioni diverse che però hanno permesso un’interessante stratificazione della cultura materiale di cui gli estesi terrazzamenti ed i manufatti accessori (vasche, cappelle, sentieri selciati) sono la testimonianza più visibile oggi.

Il sentiero dei Vigneti

Prima di addentrarci nella magnifica qualità delle produzioni vinicole locali, non si può non considerare il ruolo che la mobilità lenta esercita per la visita di questi luoghi.

 Se è vero che già dall’autostrada A5 lo sviluppo dei terrazzamenti che abbracciano il borgo e le frazioni di Carema appare in tutta la sua forza, solo addentrandosi autonomamente in mezzo alle vigne si apprezza la forza espressiva di queste trasformazioni dei versanti con un equilibrio mirabolante tra elementi di architettura spontanea, funzionalità e rispetto per l’ambiente.

I pergolati in legno distesi sui pilun sovrastati dai tuppi sommitali

Le vigne di Carema sono molto più di una scheggia di storia: dalla storia faticoso lavoro delle persone che nei secoli hanno realizzato i terrazzamenti e scolpito i pilun (piloni di pietra o cemento con una pietra piatta (tuppo o tupiun) in cima usati come sostegno alle pergole di vigna terrazzate), alla storia degli eserciti che sono transitati da questa valle che conduce alla Francia, fino alla storia a noi più vicina. Se infatti, pochi chilometri più a levante le fabbriche tessili di Biella avevano, tra Ottocento e Novecento, risucchiato forza lavoro dalle valli vicine, portando all’abbandono delle vigne in zone come Lessona, Bramaterra, Boca. Carema ha risentito dell’industrializzazione di Ivrea ma la visione sociale di Olivetti ha favorito il mantenimento delle vecchie vigne: data la piccola estensione delle proprietà, era possibile fare i turni in fabbrica e continuare ad avere un po’ di tempo libero per accudire la vigna. Per questo le vigne si sono salvate finché c’è stata l’Olivetti. In questo senso si ripete il film che ha permesso il mantenimento dell’agricoltura in aree di intensa industrializzazione. Ciò è avvenuto in Friuli, nelle Marche, in Veneto, E qui ai piedi delle grandi montagne.

 Negli anni più recenti l’Amministrazione Comunale, cogliendo la sollecitazione del piccolo gruppo di produttori vitivinicoli, ha investito molte energie sulla promozione dell’identità rurale e di un patrimonio materiale del tutto peculiare.

L’architettura topiaria conserva ancora oggi tutta la sua forza tecnica ed espressiva che si estende a tanti elementi disseminati nelle vigne e sui sentieri. Muri a secco, piccole opere idrauliche, la selciatura dei percorsi, l’articolazione degli spazi esterni ai nuclei abitati; tutto diventa segno e rende una tranquilla escursione a piedi un piccolo viaggio nell’architettura spontanea.

 Il Sentiero dei Vigneti è una realizzazione semplice sul piano strutturale (ci si appoggia a viabilità pedonale preesistente) ma, come sempre in questi casi, impegnativa per la prospettiva di manutenzione e caratterizzazione soprattutto con il rischio costante di una contrazione delle attività agricole che determinerebbe l’abbandono delle pratiche manutentive. Fortunatamente le superfici vitate sono oggi piuttosto stabili e ormai sembra consolidato appare un certo ricambio generazionale a livello di produttori che dona un po’ di speranza per il futuro. Questo itinerario è però anche un punto di partenza ideale per coniugare due filosofie di visita del territorio (in realtà fortemente interconnesse tra loro). Una, più attenta al patrimonio costruito e testimoniale sviluppato intorno al borgo medioevale ed alle frazioni principali dove abbondano gli elementi della lunga storia del Comune. L’altra, più esplorativa e sportiva che utilizza i ripidi sentieri che si dipartono dal percorso principale e dalle frazioni maggiori per raggiungere valloni e montagne severe, non troppo note al di fuori della cerchia locale ma molto interessanti sotto il profilo ambientale ed escursionistico.

 In particolare sono di grande interesse i collegamenti verso il nodo delle Alpi Biellesi nonché il transito della Via Francigena (tappa Ivrea – Pont Sant Martin). La bassa Valle è inoltre molto interessante per l’arrampicata sportiva: presso la frazione Airale, in un contesto di grande bellezza immerso nei vigneti; a Donnas (Pont Saint Martin); a Cesnola e Montestrutto nel contiguo comune di Settimo Vittone.

La mappa del Sentiero dei Vigneti (Da Geoportale Regione Piemonte)

Partenza: Carema (TO), via Torino (mt. 307), vi sono nuovi parcheggi in prossimità della rotatoria sulla Strada Statale oppure presso il Campo Sportivo
Difficoltà: T+, Periodo consigliato: marzo-ottobre
Dislivello: 140 complessivi, il punto più elevato è San Grato, mt. 395.
Segnavia: segnali gialli in legno del Comune di Carema con la dicitura “Sentiero dei Vigneti”
Tempi percorrenza: dalla partenza alla chiesa parrocchiale circa ore 0.50, dalla chiesa al punto di partenza per altro percorso circa ore 1.10 (complessivo ore 2.00, percorso circolare)
Note: passeggiata facile per tutte le stagioni, lungo un itinerario studiato dal Comune di Carema, con pannelli esplicativi dei punti di interesse lungo il percorso. Il percorso si può collegare ai sentieri che salgono al Castello di Castruzzone con una difficoltà leggermente superiore (E). Acqua frequente nelle numerose fontane.
Equipaggiamento particolare: nessuno, consigliato comunque avere scarpe da trekking leggero

Cosa si può vedere nei dintorni del sentiero dei Vigneti

Lungo le vie e le piccole piazze si trovano diverse fontane in pietra. La più caratteristica è quella di via Basilia, fatta costruire dai conti Challant-Madruzzo in omaggio ai Duchi di Savoia nel 1571: la stele in granito posta in punta alla vasca è ornata con stemmi araldici dei Savoia e dei Re di Francia.

Tra le vestigia di sapore altomedievale va ricordata, all’angolo con via Bottero, la Grand Maison, o Gran Masun, una “casaforte”.

Agli estremi della conca che fa da sfondo al paese sono poste, quasi in funzione di sentinelle, due edifici votivi cari alla devozione popolare: sulla sinistra la piccola cappella di Siei, e sulla destra, sopra uno spuntone di roccia, la seicentesca cappella di San Rocco. Sopra uno sperone roccioso in frazione Airale si abbarbicano ancora i ruderi del Castello di Castruzzone, castello che nel 1357 Amedeo VI ricevette come feudo perpetuo dal Vescovo di Ivrea, insieme a Carema. Queste rovine sono visibili dalle proposte escursionistiche più sotto. Tra le altre testimonianze interessanti ricordo di dare un occhio alle molte fontane (tra cui la più antica del borgo, quella di San Matteo, è del 1460 a testimonianza dell’importante impegno nella gestione delle acque caratteristico di tutte le popolazioni alpine. Inoltre una visita al Palazzo Ugoneti  che era un po’ la residenza fiscale  di questi signori locali del passato feudale.

Una proposta un po’ più impegnativa: verso le Alpi Biellesi

Come detto in precedenza il Sentiero dei Vigneti può essere il punto di partenza di interessanti e più impegnative escursioni da concatenare con numerose soluzioni di diverso impegno: tra quelle più interessanti gli anelli che comprendono il tranquillo poggio dell’Alpe Maletto.

L’itinerario inizia nei pressi di una stazione di servizio al termine del rettilineo di Carema  dove una palina indica il “sentiero dei vigneti”. Si sale rapidamente (tenendo il sentiero di dx) alla cappella di San Rocco 384m quindi in leggera discesa sopra le vigne. Circa in prossimità di una monorotaia per il trasporto elle uve il sentiero sale a sinistra, ripido e con importanti manufatti, fino ad una piccola gola che si apre nel Pra Signore (940) con la chiesina di San Giovanni Battista
 Si prosegue su strada agricola verso NE ad Olinello 1035m e le case di Roncias (1240) intercettando una successiva poderale nei pressi una stalla. Da questa si  raggiunge la frazione Passore ed in discesa si scende verso destra all’Alpe Maletto dove vi è un rifugio punto tappa della GTA (possibilità d’interconnessione con le valli attraversate in quest’area dalla GTA). In prossimità della piccola chiesa di Maletto si intercetta il sentiero 841 (GTA) che rientra verso Carema con una mulattiera di notevole interesse testimoniale che attraverso i nuclei Boretto e Cianoi raggiunge nuovamente i vigneti sopra Carema. Calcolare circa 5 ore per questo anello.

Da Maletto è possibile intercettare un altro interessante anello che passa per Airale e raggiungere la località di Trovinasse attraverso la località Agnerezzo da cui raggiungere la Colma di Mombarone (2371 m) ed attraverso il Rif. Coda collegarsi a numerosi itinerari delle Alpi Biellesi. Su questo anello sono visibili i ruderi del Castello di Castruzzone (testimonianza del passato feudale di XIV Secolo) feudale nonché raggiungere le falesie di Airale e Chiussuna dove si può arrampicare anche in piena estate protetti da un discreto bosco sospeso sopra i vigneti della frazione.

Sono state tracciate anche delle vie di arrampicata più lunghe che transitano sui risalti di roccia al di sotto del castello. Indubbiamente un modo originale di visita di queste memorie.

La partenza da Airale dell’anello verso Alpe Maletto e Trovinasse

La falesia di Airale

Camminando sui sentieri intorno a Carema si nota subito la quantità di roccia che emerge un po’ ovunque e che, come descritto in precedenza, è uno dei fattori maggiormente limitanti l’espansione dello spazio agricolo. Molte di queste rocce sono oggi una bella possibilità outdoor che completa degnamente l’offerta di opportunità di accoglienza di questo piccolo comune.

La falesia di Airale

Dalla statale, imboccare la strada per la frazione Airale inferiore e dopo il lavatoio e un piccolo parcheggio, imboccare a sinistra la strada che porta ad Airale superiore. Dopo circa duecento metri si dirama una strada (indicazioni Falesia) dapprima asfaltata e poi in cemento che sale ripida fra le vigne. Seguirla per un centinaio di metri e dopo un tornante un sentiero si inoltra sulla sinistra nella valletta boscosa con i bordi delimitati dalle rocce.
Dopo pochi minuti sulla destra si trova il settore ‘Truna Basso’ (vie più facili) esposto a SO. Continuare fin quasi al termine della valletta per il bel sentiero con gradini in pietra e legno e si arriva al settore principale ‘Zampa’ (esposto a NE) .
I terreni privati dalla frazione in su sono stati concessi in uso alla pratica dell’arrampicata dai relativi proprietari a condizione che il comportamento degli scalatori sia rispettoso dei manufatti, dei luoghi e dei lavori dei relativi proprietari.

Difficoltà: da 5c a 7c.

 Sono inoltre presenti delle belle (anche se discontinue) vie lunghe utili ad impratichirsi con l’arrampicata multipitch nonché a belle vedute dall’alto sulla valle ed i vigneti. Alcune di queste partono dalla placca detta La Truna (il nome dato ai “crotti” ovvero cantine naturali locali). Lunghezza 70-80m, difficoltà da 4c a 5c

Il Nebbiolo di Carema

Come di abitudine di chi scrive, non si può concludere il racconto di un territorio senza almeno una citazione di ciò che offre la produzione enogastronomica locale. 

Ad un centinaio di chilometri a nord di Alba, il capoluogo delle Langhe e dei nebbioli più famosi nel mondo (Barolo e Barbaresco), i vigneti di Carema propongono un classico della viticoltura di montagna ovvero l’allevamento a pergola, sistema che permette di godere di un microclima migliore distanziando i grappoli dal suolo. A differenza dei suoli delle Langhe in queste zone moreniche alpine i suoli hanno pH essenzialmente acido: la notevole plasticità ecologica dei vitigni che afferiscono al Nebbiolo consente di raggiungere anche qui importanti risultati qualitativi ed una spiccata individualità di questi bei vini, con caratteristiche continentali. I suoli di Carema sono spesso molto acidi (pH 4,4-5,5) come sempre avviene con suoli derivati da rocce cristalline, molto permeabili e con bassa sostanza organica. Questa condizione determina un tasso alcolico inferiore ai Nebbioli di Langa, molto aromatici e sapidi in cui i tannini sono sempre evidenti. Il disciplinare DOC del Carema ammette una parziale addizione di uve rare locali e tradizionali come la Vespolina e la Croatina, permettendo una certa flessibilità nel lavoro enologico per raffinare questo vino tipicamente di montagna.

La DOC Carema è stata istituita nel 1967 e questo ci informa che il lavoro di miglioramento ed affinamento qualitativo dura da diversi decenni e ci consegna quindi un prodotto maturo e molto raffinato. Le tipologie previste sono due: Carema e Carema Riserva. Le uve (85% minimo di nebbiolo) devono provenire dal solo comune di Carema, all’interno del quale si deve anche svolgere la vinificazione. L’affinamento obbligatorio prevede una sosta di 24 mesi a partire dal 1° novembre per la tipologia “Classica” e 36 mesi dalla stessa data per la tipologia “Riserva”.

In entrambi i casi la sosta in legno deve durare almeno 12 mesi.

 I caratteri alpini dell’area di produzione determinano una vendemmia tardiva rispetta alle Langhe anche di dieci\quindici giorni per fruire dell’ultimo soleggiamento pre-autunnale. Il grande scrittore Mario Soldati, che molto ha scritto di vino e paesaggio viticolo, parla del Nebbiolo di Carema come di un vino:

“…dal gusto inimitabile di sole e di pietra…”. In tutti i sensi un vino aromatico ma spigoloso, con evidente acidità e tannino, molto identificativi (anche dal punto di vista cromatico) dell’incipiente autunno di fondovalle alpino. Sicuramente meno corposo dei Nebbioli più noti ma molto, molto identificativo del territorio granitico. L’obbligo di vinificazione nel territorio comunale è un ‘ulteriore stimolo alla forte caratterizzazione di questo vino e di tutta la filiera che ruota intorno ad esso.”

La Cantina Produttori Nebbiolo di Carema, cantina sociale dal 1966, è oggi il principale polo aggregativo della realtà vitivinicola locale oltre che co-promotrice di molte iniziative di promozione territoriale.

A presto in questi luoghi, a disposizione per accompagnarvi a conoscere, scalare e degustare.


HIKE & CLIMB – FABIO PALAZZO
Sono Guida Alpina UIAGM e Dottore Agronomo, docente a contratto di Pianificazione del Paesaggio presso l’Università di Genova. Vivo a Genova ma nel lavoro di Guida mi divido tra la Liguria, la Toscana, l’arco alpino e qualche bella esplorazione fuori dall’Europa.
Nelle due professioni, ormai da molti anni, cerco di unire le esperienze lavorative e personali in una sintesi che contribuisca ad arricchire chi entra nel mondo complesso ed emozionante delle montagne. Praticamente tutta la mia vita lavorativa è stata finora spesa nelle aree interne italiane. Che non sono solo montagne ma anche cultura materiale e comunità.
Accompagnando e formando come Guida o contribuendo al percorso dei giovani paesaggisti spero di condividere la consapevolezza per il valore e la sensibilità del territorio montano ed il suo riscatto attraverso la conoscenza e la pratica sportiva. Mai fine a se stessa.
Sono un Tecnico del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico ed un membro del Club Alpino Accademico Italiano nonché un socio ordinario dell’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio e della Società Italiana dei Territorialisti.
 Spero di condividere con tutti Voi non solo esperienze ed informazioni ma anche una presa di posizione nei confronti del mondo che cambia attraverso un modo responsabile e partecipativo di esplorarlo. Anche dietro la porta di casa!

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