Valle d’Aosta: uno scrigno da scoprire – Due passi sulla Strada Consolare delle Gallie

Le prime descrizioni della Valle d’Aosta risalgono all’epoca romana, tra il II secolo a.C. e il primo d.C.: lo storico greco Polibio ne parlò nel III libro delle Storie, lo storico romano Tito Livio nel XXI libro degli Annali e il geografo greco Strabone nel IV libro della Geografia, evidenziando l’inospitabilità del territorio, chiuso tra altissime cime e di difficile accesso:

[…] Cesare Augusto, dopo avere liberati que’ luoghi dai ladroni che gl’infestavano, aggiunse a questo bene la cura di aprirvi delle strade, quali almeno le comportava la natura di quei siti: mentre non sarebbe stato possibile fare da per tutto violenza alla naturale disposizione degli scogli e delle rupi scoscese che in parte sovrastano alla strada, in parte le stanno al di sotto, sicchè poi chiunque n’esce alcun poco si trova di subito nel pericolo di rovinare in profondi precipizii. Quivi pertanto la strada è di quando in quando sì angusta che fa cadere in vertigini sì coloro i quali vi camminano a piedi, come anche le bestie che non vi siano abituate: ma quelle invece native di que’ paesi vi passano coi loro carichi sicuramente. […] Il paese dei Salassii [la Valle d’Aosta] è situato per la maggior parte dentro una valle profonda chiusa da monti da un lato e dall’altro: ma in parte si stende poi anche sulle alture de’ monti stessi circonvicini. Coloro che partendosi dall’Italia vogliono superare quelle montagne sono necessitati di fare la strada che attraversa la valle predetta: quindi il loro cammino partesi in due, e l’uno va per le sommità degli Apennini [Alpis Pœnina] in luoghi inaccessibili ad ogni maniera di carri [il Colle del Gran San Bernardo]; l’altro è più occidentale e attraversa i Ceutroni [popolo celtico delle vallate francesi oltre il Colle del Piccolo San Bernardo].

Il cammino che, attraverso il territorio della Valle d’Aosta, collegava la pianura del Po e le regioni mediterranee ai valichi alpini, a partire dall’età augustea (44 a.C. – 14 d.C.) venne trasformato in una vera e propria via con assetto durevole e imponenti infrastrutture: proveniente da Mediolanum (Milano), la Strada consolare delle Gallie giungeva ad Eporedia (Ivrea) e attraversava la Bassa Valle per raggiungere Augusta Prætoria Salassorum (Aosta) adattandosi alla conformazione del territorio. In città la via Publica si biforcava in due rami: il primo diretto al valico dell’Alpis Graia (Colle del Piccolo San Bernardo) verso Bergintrum (Bourg-Saint-Maurice) sino alla capitale della Gallia Lugdunum (Lione) e l’altro diretto all’Alpis Pœnina (Colle del Gran San Bernardo) verso Octodurus (Martigny).

L’entrata di Aosta in epoca romana – Disegno di Francesco Corni

La sede stradale, larga fra i 3,5 ed i 5 metri, venne realizzata a mezza costa, ad un livello più elevato rispetto all’alveo della Dora Baltea onde evitare i danni derivanti dalle tracimazioni, prediligendo la sinistra orografica (detta adret) maggiormente esposta al sole per un più rapido scioglimento del ghiaccio e della neve. La linea di livello, a quota costante di 2,37 metri, scandiva l’andamento altimetrico della via secondo disegni prestabiliti: il percorso non aveva curve ma procedeva, per quanto possibile, per segmenti rettilinei tra tagli nella roccia viva, passaggi archivoltati, superfici levigate e ponti spettacolari a testimonianza delle grandi capacità tecniche e dell’abilità ingegneristica dei Romani. Lungo l’antico tracciato è ancora possibile scorgere i resti di maestose vestigia che il tempo ha conservato sino ad oggi.

La sommaria ricostruzione dell’imponente via Publica è stata possibile consultando gli itinerari antichi rappresentati in forma scritta (itineraria scripta) o grafica (itineraria picta): il territorio valdostano è schematicamente rappresentato nella Tabula Peutingeriana, copia dell’XII-XIII secolo di una carta romana risalente al III-IV secolo d.C. Sulla Tabula vengono indicate le strade specificando le miglia di distanza fra le varie tappe, documentando anche la presenza di stazioni intermedie con funzione di sosta e ristoro (mansiones et mutationes) poste lungo il tragitto come Vitricium (Verrès), Arebrigium (Arvier), Ariolica (La Thuile) ed Eudracinum (Saint-Rhémy-en-Bosses).

Tabula Peutingeriana


Il ponte romano di Pont-Saint-Martin

Ponte romano a Pont-Saint-Martin

L’imponente arcata sul torrente Lys di Pons Heliæ (Pont-Saint-Martin) è uno dei ponti romani più grandiosi e meglio conservati di tutto il Nord-Italia: costruito nel I secolo a.C., è stato utilizzato ininterrottamente fino all’Ottocento, quando venne sostituito da quello moderno. Ancorato alla roccia da entrambi i lati e alto 25 metri, è costituito da un solo arco a sesto ribassato di ben 31,55 metri di luce: la carreggiata soprastante, larga 5 metri esclusi i parapetti, si presenta per lo più in ciottoli, ma conserva ancora delle lastre intervallate da incisioni orizzontali per evitare lo scivolamento degli zoccoli degli animali.

Nel Medioevo venne ritenuto un’opera diabolica e non riconducibile all’uomo per la sua grandiosità: secondo la leggenda San Martino, vescovo di Tours, strinse un patto con il Diavolo promettendogli in cambio della costruzione di un solido ponte l’anima di colui che per primo lo avrebbe varcato. In una sola notte i demoni elevarono la magnifica arcata e il giorno seguente l’astuto santo si avvicinò al ponte con un cagnolino nascosto nel mantello: gettò un pezzo di pane verso l’altra sponda così passò per primo l’animale. Il Diavolo, furioso, incominciò a distruggere l’opera, ma San Martino fissò una croce sul punto più alto del ponte facendolo scomparire per sempre nel Lys tra lampi e zaffate di zolfo. Il Carnevale storico di Pont-Saint-Martin trae ispirazione da questa leggenda e ogni anno viene appeso un diavolo in mezzo all’arcata al quale poi viene dato fuoco.

L’arco di Donnas

A Donasium (Donnas) i Romani hanno lanciato una vera e propria sfida alla natura e all’ingegno intagliando la roccia viva per un tratto di 221 metri, su cui hanno saputo tirare pareti perfettamente verticali, raggiungendo in alcuni punti i 12 metri d’altezza, e nel cui grembo hanno ricavato il sedime stradale: ancora oggi sono visibili i solchi lasciati dal passaggio dei carri e la colonna miliare con l’indicazione di XXXVI milia passuum (circa 53,29 km) da Augusta Prætoria. Il miliario era un’opera fondamentale nel sistema viario romano poiché indicava la distanza tra il villaggio e la città. Uno dei punti più caratteristici (e più fotografati) della strada è sicuramente l’arco di 4 metri di spessore, 4 metri di altezza e quasi 3 metri di larghezza, realizzato tra il 31 e il 25 a.C. e probabilmente usato come contrafforte naturale per impedire lo sfaldamento della roccia.

L’Arco di Donnas

Secondo la tradizione la via romana e l’arco di Donnas erano opera di Annibale: si narra infatti che il celebre condottiero cartaginese, bloccato da una grande roccia sulla strada, riuscì a crearsi un varco usando il fuoco e l’aceto; per questo motivo l’arco venne anche chiamato la Porte d’Hannibal. Nel Medioevo venne utilizzato come porta del Borgo, chiusa durante la notte e in caso di pericolo, mentre al piano stradale, della larghezza di 4,75 metri, vennero apportati vari rattoppi.

Salendo verso Augusta Prætoria…

Numerosi tratti della strada romana sono ancora visibili nel borgo di Castrum Bardum (Bard), la cui via centrale ricalca l’antico tracciato, e lungo la SS 26 dov’è visibile un imponente tratto tagliato nella roccia viva sulla sponda destra di un torrente sul quale si nota l’arcata di un ponte romano.
Anche il Comune di Montjovet conserva dei tratti di strada romana: tra le località di Balmas e Toffo, ad esempio, a mezza costa sulla collina sono ancora perfettamente riconoscibili i solchi lasciati dai carri e una banchina laterale ai piedi della roccia verticale scalpellata. La sede viaria in questo punto è larga più di 4,5 metri, consentendo l’incrocio di due carri.

Roccia tagliata lungo la SS 26

Sul torrente Cillian di Cillianum (Saint-Vincent) era presente un ponte, crollato forse in seguito al terremoto del 1839, del quale restano visibili i resti delle due spalle.
Il ponte romano di Castelium Augustensium Prætorianorum (Châtillon), che consentiva l’attraversamento del torrente Marmore, era costituito da un’unica considerevole arcata a tutto sesto di circa 15 metri di luce, sostenuta da robuste spalle che, ancora utilizzate dal ponte moderno, poggiano solidamente sulle alte sponde rocciose del corso d’acqua.

Arrivando in città…

A circa 150 metri dall’Arco onorario di Augusto è possibile ammirare un notevole esempio di ponte romano a una sola arcata ribassata: il diametro è di circa 17 metri, mentre la larghezza, parapetti compresi, è di 5,95. In origine il ponte era stato gettato sulle acque del Buthier, ma durante il Medioevo, probabilmente a seguito di un’alluvione, il torrente si aprì un nuovo alveo più ad ovest (quello attuale) mentre quello più antico col tempo si prosciugò.

Il ponte di pietra di Aosta

Il ponte di pietra finì per essere progressivamente interrato e, per ristabilire il collegamento con la città, fu necessario costruire una nuova struttura, questa volta in legno, chiamato Ponte Arco, che venne successivamente bruciato dai francesi nel 1691, ricostruito in pietra nel 1772 e nel 1862, e infine allargato nel 1960. La completa messa in luce e sistemazione dell’antico ponte romano, oggi inglobato in un piccolo nucleo di abitazioni, risale agli anni Cinquanta del Novecento.

L’Arco di Augusto

La Strada consolare delle Gallie, una volta superato il ponte, transitava sotto l’Arco di Augusto per poi entrare ad Augusta Prætoriaattraverso la monumentale Porta Prætoria. Da qui si percorreva il Decumano massimo che attraversava la città in senso est-ovest, per poi proseguire verso l’Alta Valle uscendo dalla Porta Decumana in direzione del valico dell’Alpis Graia. Il Cardo massimo, che s’incrociava ad angolo retto col Decumano e si sviluppava in direzione nord-sud, consentiva invece, uscendo dalla Porta Principalis Sinistra, di raggiungere la strada per l’Alpis Pœnina. Già in epoca preromana, quando i Salassi erano i padroni incontrastati dei valichi alpini, esisteva una rete viaria primitiva costituita da sentieri, ma solo grazie ad Augusto questi percorsi divennero delle vere e proprie strade.

Salendo verso l’Alpis Graia…

Per quanto riguarda l’Alta Valle, tra Villeneuve e Avise sono visibili numerosi resti dell’antico tracciato: ad Arvarium (Arvier) rimangono dei tratti di sostruzioni visibili dalla Strada Statale 26 con ancora riconoscibili i fori per l’alloggiamento delle impalcature, mentre sotto al ponte medievale in località Leverogne si intravvede una spalla del ponte romano. Ma è ad Avisio (Avise) che si conserva la parte più monumentale della strada con sostruzioni ciclopiche e impressionanti tagli nella roccia. I Romani dovettero trovare una soluzione per superare un’angusta gola a strapiombo sulla Dora Baltea: il tratto conservato, lungo circa 400 metri, rivela una notevole abilità tecnica e costruttiva nell’adozione di un sistema di strutture atte a sostenere e al contempo sopraelevare il piano viario. La strada, infatti, poggia per lunghi tratti su muri di sostruzione con contrafforti e riseghe sostenuti da archetti poggianti direttamente sulla roccia. La via, larga 3,50/3,70 metri, procedeva per brevi segmenti rettilinei congiunti ad angolo ottuso e, una volta superata la strettoia, si godeva di un meraviglioso scorcio sul Monte Bianco.

La Pierre Taillée (pietra tagliata) è ancora oggi una maestosa opera di ingegneria creata intagliando a mano la dura roccia: uno spettacolare “viadotto” romano realizzato per il sostegno della strada antica, attualmente non accessibile per motivi di sicurezza.

Da qui la via Publica proseguiva lungo l’Alta Valle (la Valdigne) per poi salire verso il Colle del Piccolo San Bernardo raggiungendo la Gallia: il percorso sino all’Alpis Graia è ricostruibile solo per ipotesi in quanto non sono presenti molte tracce se non in località La Balme di Pré-Saint-Didier (Aræbrigium) e a Pont-Serrand di La Thuile (Ariolica) dove sono ancora visibili i resti di due ponti romani celati da quelli moderni. Rimangono pertanto visibili le massicce spalle in grossi blocchi di pietra squadrati e accuratamente disposti, così come gli incassi per le impalcature.

Della strada per il Mons Iovis/Summus Pœninus (Colle del Gran San Bernardo) rimane soltanto un tratto di una sessantina di metri tagliato nella roccia, visibile al “Plan de Jupiter” assieme ai resti del tempio di Giove e delle mansiones romane: la via divenne percorribile con i carri solo all’epoca dell’Imperatore Claudio, nella metà del I secolo d.C.

Poter camminare a distanza di secoli su quei tratti di strada romana è un’esperienza unica e porta spesso a riflettere… Oggi, abituati ai migliori mezzi e alle tecnologie più avanzate, non ci rendiamo conto della fatica e della forza di quegli uomini che, con il proprio scalpello, sono riusciti a creare un’opera così ardita e immortale come i grandiosi ponti che a distanza di 2.000 anni sono ancora lì saldi e ancorati nella roccia!
Quel glorioso passato senza eguali non smette mai di stupire 😊
Per maggiori informazioni consultare il sito web: http://www.viadellegallie.vda.it/


Ciao a tutti, mi chiamo Caterina e sono giornalista, accompagnatrice turistica e guida museale. Nel tempo libero mi dedico alle altre mie passioni: l’arte, i viaggi e la promozione della mia amata regione, la Valle d’Aosta, un piccolo scrigno tutto da scoprire! Seguite i miei consigli per conoscere le curiosità e le meraviglie custodite tra le montagne più alte d’Europa. Siete pronti a partire?
Non esitate a contattarmi: libellulatour@gmail.com

Rispondi