Minimalismo, frugalità, essenzialità e van – Parte 2

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Dopo anni di riflessioni, pur tenendo in debito conto le già citate doti di maneggevolezza, semplicità, possibilità di sostituire l’automobile, ecc., sono giunto alla conclusione che il successo del van risieda proprio nel minimalismo e nella frugalità alla quale obbligano i ridotti spazi a disposizione.

Mi spiego meglio.

In un mondo di comfort, esagerazioni e grandezza sconsiderata, dove c’è di tutto e di più, dove ci sono comodità di ogni genere che da un lato ci semplificano al vita, ma dall’altro ci rendono tutto più dispendioso, sia in termini di denaro, sia in quantità di tempo, che come tutti sappiamo è limitato e non si può comperare.

Vivendo immersi in una realtà nella quale tutto e sovradimensionato, dal televisore grande come un lo schermo di una sala cinematografica agli elettrodomestici specifici per ogni azione e necessità, diventa piacevole “avere poco” e dedicare tempo a se stessi.

Assuefatti ad una società che ha inventato macchinari e accessori per ogni cosa, diventa meraviglioso passare una serata davanti a una candela, parlando, pensando o accarezzando il proprio partner, con grande semplicità.

Chi vive in ville o appartamenti di 200 metri quadrati in cui moglie, marito, figli e figlie hanno tv computer e servizi personali sistemati in ambienti diversi, diventa stupendo condividere in due o tre, o addirittura quattro persone uno spazio di 5 metri quadrati inclusa la cabina di guida.

Per coloro che abitano in un condominio di 10 piani, diventa bellissimo poter sostare a bordo lago in una casetta isolata dal resto del mondo e per tutti vale il discorso di vivere insieme a stretto contatto, come avviene quando si naviga in barca.

In fondo i van driver sono navigatori di terra!

…e se si è dei solitari, allora il piacere di avere un ambiente piccolissimo, una specie di carapace da portarsi appresso in ogni luogo, anche il più esagerato e sperduto, non ha prezzo e diventa quasi una droga, una esigenza fisica e mentale da soddisfare ogni qualvolta se ne presenti l’occasione.

Un altro aspetto, molto meno evidente, che a mio avviso decreta il successo del van, è costituito dalla ritualità e dalla sequenza di movimenti e di attività alla quale obbliga il mezzo stesso.

In questo caso si tratta di una caratteristica che affascina soprattutto il sesso maschile, che ama avere qualcosa da fare, qualche giocattolo da montare e uno obiettivo a cui tendere, anche per raggiungere un risultato molto semplice ed immediato.

Non so se ci avete mai fatto caso, io l’ho osservato su di me.

 A causa del poco spazio a disposizione, quando ci si ferma, è necessario compiere tutta una serie di operazioni che impegnano parte del tempo: tirare fuori eventuali attrezzi trasportati in modo poco  tecnico, quali ad esempio possono essere una bicicletta o una canoa caricate nel vano di soggiorno del mezzo, oppure la veranda e gli scarponi caricati all’ultimo momento senza aver avuto la voglia di sistemarli sul portabagagli.

Poi ci sono tutte le operazioni necessarie e funzionali alla sosta: bisogna alzare il tetto, oppure modificare la posizione del letto o quella del tavolo, per poter mangiare o dormire, e così via per ogni attività e ogni esigenza.

Tutte queste operazioni, diventano un rituale che piace e che immette in una dimensione di viaggio e di vacanza e che sottolineano in qualche modo la netta sensazione di non essere vincolati alla vita di casa, dell’ufficio o dell’azienda.

Esse assumono gli stessi aspetti della preparazione dell’attrezzatura che si utilizza e si prepara prima di  praticare una disciplina sportiva tecnica o estrema; è come piegare il paracadute, come il montare il deltaplano o la mongolfiera, come indossare la muta o l’imbragatura, come l’avvolgere le corde oppure oliare la catena della mountain-bike.

Il preparare un piatto per la cena, non richiede soltanto l’abilità di conoscere ingredienti e tempi di cottura, ma anche quella di saper cucinare con una sola padella e con pochi ingredienti.

Paradossalmente, poi, dopo aver terminato i preparativi, le cose da rimettere in ordine sono poche e gli ambienti da pulire sono molto piccoli, così in breve si ha del tempo a disposizione per se stessi o per le persone amate.

In campeggio, quando si ha molto tempo e pochi oggetti a disposizione, ci si aiuta e si interagisce molto per vivere appieno ogni singolo momento della vacanza e del viaggio: si lavano insieme le poche stoviglie, si prepara il letto aiutandosi e si rinsaldano legami di coppia, di amicizia o di famiglia in situazioni difficilmente ricreabili nella vita di casa.

Sempre paradossalmente, in caso di necessità o di volontà di farlo, in brevissimo tempo ci si può muovere; si tratta una sensazione di libertà assoluta incomprensibile ai più.

Quante volte mi sono mosso con il letto pronto per dormire o il tavolino aperto, solo perché volevo avvicinarmi di più alla sponda del lago, oppure perché volevo vedere un mio amico in atterraggio con il paracadute o perché dovevo seguire una mongolfiera in volo o semplicemente perché volevo girarmi con la porta laterale verso il sole…libertà assoluta, come dicevo prima.

Concludo sottolineando che il restare in un ambiente piccolo scalda il cuore.

Restare con il portellone aperto a guardare le stelle in piena notte o al crepuscolo, o ancora dopo il tramonto, con una coperta sulle spalle, direttamente accovacciati sul letto e con il tavolo a dieci centimetri in pochi  metri cubi di spazio,  ha lo stesso sapore del restare accoccolati su di una coperta davanti al caminetto acceso in una villa di trecento metri quadrati… e comunque si tratta di una esigenza che soltanto alcuni spiriti liberi e nomadi possono sentire.

Chi non ha provato non può capire, ma per chi li conosce, si tratta di un mondo e di una dimensione unica ed irrinunciabile.

Secondo me, come già detto in precedenza, in un’epoca “esagerata”, “standardizzata” e globalizzata come quella attuale, questo minimalismo e questa essenzialità, unite alla possibilità di personalizzazione pressoché infinita, sono alla base del successo del van, sia che si tratti di un economico e vecchio furgone d’occasione trasformato da un ragazzino intraprendente, sia che si tratti dell’ultimo costosissimo e veloce van a trazione integrale acquistato da un uomo di successo al prezzo di una berlina di lusso o avuto in prestito dallo sponsor …come avviene nel mio caso!


Mi chiamo Fabrizio Bruno e sono nato in Provincia di Cuneo al cospetto del Monviso, dove vivo tutt’ora, nella Valle del Po, quando non sono in viaggio.
Da oltre trent’anni mi occupo professionalmente di viaggi, attività outdoor, discipline sportive attive ed estreme e turismo tecnico, come consulente, docente e accompagnatore nonché come organizzatore, con il Tour Operator Culture Lontane di cui sono socio e direttore.
Sostengo ed insegno a colleghi e allievi che per essere sempre frizzante e piacevole nei confronti dei clienti è importante non essere monomaniacali; anche per questo motivo nell’arco dell’anno spazio da una disciplina all’altra, cambiando spesso regione, nazione e continente. Passo infatti da attività molto slow, quali il volo in mongolfiera, il trekking o il turismo enogastronomico ad altre molto adrenaliniche e veloci, quali il rafting, i viaggi in moto e le escursioni in 4×4 tra le piste e le dune del deserto.
Abitualmente vivo più di 300 giorni l’anno fuori casa e racconto le mie esperienze on line oppure sui libri e sulle guide turistiche che pubblico da oltre 20 anni. Ho viaggiato in oltre 100 stati del mondo, in alcuni per poche volte, in altri molto più sovente (ad esempio sono stato 69 volte in Islanda), in altri luoghi ho vissuto per lunghi periodi, come ad esempio è avvenuto per il Sahara, il Nord del Brasile, l’Ovest degli USA e l’Est del Canada.
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