Oltre i confini della routine – La Via Marenca – Parte 3

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La notte al Rifugio La Terza scorre via più lentamente di quelle precedenti, forse anche a causa dell’abbondante cena consumata in compagnia dei due ragazzi che gestiscono il rifugio. Menù a base di lasagne di Ormea (piccolo borgo nel cuneese a fondovalle), polenta e formaggi, crostata. Tutto innaffiato da una discreta quantità di vino. È l’essenza di una serata in rifugio, val la pena anche a costo di un sonno meno fluido.

L’alba più bella della mia vita

La mattina seguente ho intenzione di iniziare il mio terzo giorno di cammino senza avere troppa fretta: la tappa è breve, meglio godere di ogni momento. Concordo con i ragazzi un orario accettabile per fare colazione ma, nel contesto di una notte trascorsa più in dormiveglia, sono pronto ben prima dell’ora pattuita. Decido quindi di alzarmi per attendere l’alba e, forse per fortuna forse come premio per non aver ceduto comunque al fascino di un letto comodo dove poter provare ancora a dormire, vengo ricompensato da uno spettacolo unico per gli occhi.

Ho visto tantissime albe in vita mia, anche a quote più alte e in contesti differenti, ma questa mi travolge come un’onda di un mare in tempesta. Ogni cosa sembra perfettamente al proprio posto come un piccolo pezzo di un puzzle più grande; i colori, tenui ma avvolgenti, rendono tutto più acceso e donano vita anche a ciò che è immobile per definizione. Una sinfonia di attimi brevi e silenziosi che si susseguono in modo armonioso e trasformano questo piccolo angolo di confine a 2.000 metri in un vulcano di emozioni per l’unico, fortunato, spettatore che vi si trova di fronte. Un privilegio oggi toccato a me e di cui voglio godere fino in fondo.

Ancora pieno di emozione rientro in rifugio e faccio colazione. Sono le 8 del mattino ma io mi sento già appagato da questa giornata. La ripartenza è quindi ancor più semplice: la stanchezza si annulla, il peso dello zaino anche. Voglio proseguire lungo le tracce di questo magico cammino, pronto a vivere nuovi momenti indimenticabili.

Verso il Monte Frontè sopra un tappeto di nuvole

Come detto, oggi si tratta di una tappa breve, di “scarico”. Una tappa divenuta necessaria nella distribuzione fatta prima di partire, pensata ad hoc perché un giorno, spero molto vicino, io possa rivivere tutto questo insieme ad un gruppo di escursionisti desiderosi di vivere un’esperienza fuori dalle rotte principali, camminando sulle orme di percorsi millenari, a metà tra le Alpi e il mare.

La mia prima meta è il Monte Frontè, seconda vetta più alta della Liguria, subito dopo il vicino Monte Saccarello. Arrivato in vetta una distesa di nuvole si stende ai miei piedi, guardando verso il mare. Un tappeto al cospetto della statua della Madonna che da qui veglia sul ponente ligure, riparando le nostre valli dai climi più rigidi delle Alpi. Ammiro estasiato anche questo spettacolo, cercando di identificare la strada che devo seguire da qui in avanti.

D’ora in poi, infatti, le tracce saranno meno evidenti e frequenti, conseguenza del fatto che sto per entrare in un territorio più dedito all’agricoltura e alla pastorizia, che all’escursionismo. Dal Frontè al Colle del Garezzo una larga strada forestale indica la via da seguire, seppur le nuvole basse rendano difficile proseguire avendo certezza che il percorso sia quello corretto: decine di altri sentieri o piccole tracce lasciate dal passaggio dei pastori, possono ingannare costantemente chi non ha piena consapevolezza del percorso da seguire.

È così fino a Pian del Latte e al vicino Passo della Mezzaluna, territorio di greggi e pascoli, annunciati continuamente dal suono dei campanelli e dall’abbaio dei cani.

L’alta Valle Argentina: ai confini della realtà

Questo tratto fino al Passo della Mezzaluna non è entusiasmante, forse anche per il meteo non perfetto della giornata. È però un nuovo importante punto di osservazione della storia di questi posti, vivi e vissuti, ancora oggi. Sembra infatti strano pensare che qualcuno, quassù, lontano da tutto, possa vivere la propria vita proprio come avveniva secoli fa. Nulla di ciò a cui siamo abituati oggi è presente qua, quasi tutto di quello che riempie le nostre vite è superfluo in questo contesto.

La sensazione che mi pervade è strana: una sorta di disorientamento che si scontra con l’istinto naturale di credere che, in fondo, il nostro modo attuale di vivere, recente all’interno della nostra storia evolutiva, non sia per forza così “migliore” o “giusto”.

Questo pensiero mi accompagna fino a raggiungere (nuovamente) l’alta Valle Argentina, là dove abbandono momentaneamente le tracce della “Marenca” per raggiungere la mia destinazione odierna. Al Passo della Mezzaluna rientro infatti ai piedi del Saccarello e davanti a me si apre, inconfondibile, il profilo selvaggio di una valle unica nel nostro territorio. Una fessura naturale che dal mare di Arma di Taggia, raggiunge la cima della vetta più alta della nostra regione. Nel mezzo, come in un presepe, tanti piccoli borghi e paesi aggrappati ai suoi pendii ripidi e verdi. Da dove mi trovo, punto di osservazione perfetto, provo a riconoscere tutte le frazioni che riesco a raggiungere con lo sguardo e, notando le più piccole o quelle più isolate, mi chiedo come sia possibile vivere ancora oggi quassù.

A dare risposta alla mia domanda sarà Matteo, proprietario del piccolo agriturismo verso il quale sono diretto e dove trascorrerò l’ultima notte prima di arrivare a casa il giorno successivo. Quando arrivo incontro suo padre, dedito a eliminare alcune erbacce e fare pulizia con la sua motosega. Poco dopo arriva anche Matteo, che porta con sé gli ingredienti per la mia cena di questa sera. Mi saluta e si intrattiene qualche minuto con me, prima di andare a dare da mangiare alle bestie che vivono qui intorno. La cura con cui hanno recuperato questo posto e l’hanno reso fruibile ad avventori come me è straordinaria: le piccole abitazioni in pietra, il giardino perfettamente tenuto, i rumori della campagna e degli animali, colonna sonora perfetta per questo angolo di paradiso nel cuore della natura silenziosa e incontaminata. Guardando Matteo e suo padre una profonda sensazione di stima e invidia mi pervade.

La dimostrazione che una vita quassù è possibile, anche tra mille difficoltà. Il frutto di tanta passione e amore per la propria terra e le proprie origini, elementi da preservare e valorizzare per far sì che non si perdano mai.

Quando la cena è pronta Matteo mi saluta per rientrare verso casa, ad Agaggio, paese poco più sotto. Ha preparato per me tutto quello che la terra gli offre ed io non potrei essere più felice di assaggiare tutto questo. Da solo, anche stasera. Nel buio e nel silenzio di questo piccolo scorcio di entroterra ligure, per molti una terra lontana, anche nel tempo. Eppure viva, ancora oggi, per ricordare a tutti la bellezza delle nostre origini.


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Sono Paolo, guida e vagabondo pieno di sogni e speranze. Non ho un’unica origine e la natura, in ogni sua sfaccettatura, è il luogo dove mi sento più a mio agio. La mia casa è ovunque e da nessuna parte, conseguenza di una vita trascorsa in posti diversi: l’Emilia, la mia terra natale; la Liguria, la mia casa; la Sicilia, a cui una buona parte delle mie origini è legata; l’Alto Adige, le cui montagne mi hanno catturato influenzando molte delle mie scelte. Tra cui quella più recente e forse più importante: diventare una guida. Perché come ogni buon vagabondo e chiacchierone, ho un sacco di cose che vorrei condividere e raccontare. Venite con me?!

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