La Riviera di Ulisse e la rotta di Enea  (LT)

 Viaggio un po’ folle in compagnia di mostri e miti

La Rotta di Enea, il mitico viaggio dell’eroe troiano, diventa itinerario culturale certificato dal Consiglio d’Europa e tocca – in ventuno tappe principali – i cinque Paesi narrati da Virgilio nell’Eneide: Turchia, Grecia, Albania, Tunisia e la nostra Italia: dalla Puglia alla Calabria e dalla Sicilia in Campania per terminare nel Lazio dove l’eroe troiano si fermerà a Gaeta, nella Riviera di Ulisse, prima di arrivare alla sua meta finale, Lavinium.

Il promontorio di Gaeta oggi

Enea e Ulisse non si incrociano mai e a volte pare che uno insegua l’altro ma è certo che i due eroi antagonisti solcano il mare del bellissimo Golfo di Gaeta accomunati dal peregrinare: ragioni diverse li spingono ad affrontare l’ignoto ma entrambi approderanno sulle nostre coste dove vivranno le loro avventure, affrontando diversi destini.

Tragedia e morte ma anche incontri e passioni segneranno i loro viaggi prima che Enea dopo sette anni raggiunga Lavinium, per dare inizio alla stirpe che porterà alla fondazione di Roma e Ulisse riesca a tornare in patria dopo un viaggio durato dieci anni.

Enea è in fuga da una città in fiamme, alla ricerca di un luogo dove finalmente fermarsi e iniziare una nuova vita.

Ulisse, affronta un viaggio inaspettato al termine della guerra di Troia come metafora della vita stessa dove partenza e ritorno, scoperta e conoscenza sono gli ingredienti fondamentali che ci spingono ad affrontare il sorgere di ogni nuovo giorno.

Anche il viaggio di Enea è metafora di una vita di esilio sempre esistita che continua a scorrere sotto i nostri occhi, a volte indifferenti: il destino di chi viene cacciato dalla propria terra ma si mette in viaggio alla ricerca di una nuova patria.

… Ma qual sì cruda gente, qual sì fera
E barbara città quest’uso approva,
Che ne sia proibita anco l’arena?
Che guerra ne si muova, e ne si vieti
Di star ne l’orlo de la terra a pena?
Ah! se de l’armi e de le genti umane
Nulla vi cale, a Dio mirate almeno,
Che dal ciel vede, e riconosce i meriti
E i demeriti altrui…

Virgilio, Eneide I

La via più breve per arrivare nel nostro Mar Tirreno è il pericoloso stretto, guardato a vista da Scilla e Cariddi: due mostri generati dal timore dei naviganti che devono affrontare i pericolosi scogli e i vortici creati dall’abbraccio tempestoso del Mar Ionio con il Tirreno.

Ulisse vi passerà per primo, sulla strada del ritorno verso Itaca e già ammonito da Circe con queste parole:

Scilla ivi alberga, che moleste grida
Di mandar non ristà. La costei voce
Altro non par, che un guajolar perenne
Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce
Mostro, e sino ad un Dio, che a lei si fesse,
Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.
Dodici ha piedi, anteriori tutti,

Sei lunghissimi colli, e su ciascuno
Spaventosa una testa, e nelle bocche
Di spessi denti un triplicato giro,
E la morte più amara in ogni dente.
Con la metà di sé  nell’incavato
Speco profondo ella s’attuffa, e fuori
Sporge le teste, riguardando intorno,
Se delfini pescar, lupi, o alcun puote
Di que’ mostri maggior, che a mille a mille
Chiude Anfitrite ne’ suoi gorghi, e nutre.
Nè mai nocchieri oltrepassaro illesi:
Poichè quante apre disoneste bocche,
Tanti dal cavo legno uomini invola.
Men l’altro s’alza contrapposto scoglio,
E il dardo tuo ne colpiria la cima.
Grande verdeggia in questo, e d’ampie foglie
Selvaggio fico; e alle sue falde assorbe

La temuta Cariddi il negro mare.
Tre fïate il rigetta, e tre nel giorno
L’assorbe orribilmente. Or tu a Cariddi
Non t’accostar, mentre il mar negro inghiotte:
Chè mal sapria dalla ruina estrema
Nettuno stesso dilivrarti. A Scilla
Tienti vicino, e rapido trascorri.
Perder sei de’ compagni entro la nave

Omero – Odissea Canto XII
Scilla attacca la nave di Ulisse (Illustrazione dell’Odissea del 1880)

Enea ascolterà i consigli di Eleno, il guerriero indovino fratello gemello di Cassandra e sceglierà la via più lunga, costeggiando la costa orientale della Trinacria.

La Scilla che ci viene descritta da Eleno è però diversa da quella di Ulisse e conserva ancora in parte le sembianze della bella Ninfa, prima che Circe la tramutasse nel mostro che alberga tra le rocce dello Stretto.

… Tienti a sinistra, e del sinistro mare
Solca pur via quanto a di lungo intorno
Gira l’isola tutta, e da la destra
Fuggi la terra e l’onde.  e approdando a Cartagine dove
Nel destro lato è Scilla; nel sinistro
È l’ingorda Cariddi. Una vorago
D’un gran baratro è questa, che tre volte
I vasti flutti rigirando assorbe,
E tre volte a vicenda li ributta
Con immenso bollor fino a le stelle.
Scilla dentro a le sue buie caverne
Stassene insidïando; e con le bocche
De’ suoi mostri voraci, che distese
Tien mai sempre ed aperte, i naviganti
Entro al suo speco a sè tragge e trangugia.
Dal mezzo in su la faccia, il collo e ’l petto
Ha di donna e di vergine; il restante,
D’una pistrice immane, che simíli
A’ delfini ha le code, ai lupi il ventre.

Virgilio. Eneide Canto III
Gruppo di Scilla – Museo Archeologico di Sperlonga

Nessuna parola di rammarico per la sorte della povera Scilla? La sua vita subisce un tragico ed inaspettato cambiamento solo per essere diventata l’ignaro oggetto del desiderio di un dio.

Il dio Glauco infatti – invaghitosi perdutamente di lei – si rivolge alla Maga Circe perché trovi una pozione per farla innamorare.

Circe vuole Glauco solo per se e lo esorta quindi a dimenticare la ninfa per rimanere con lei ma al rifiuto del dio – a quanto pare profondamente innamorato anche se e solo per qualche ora – compie la sua vendetta!

La vittima prescelta però non è Glauco ma bensì l’ignara Scilla che dopo essersi bagnata nel suo mare come ogni mattina, vede il suo corpo aggraziato trasformarsi in un orribile mostro con teste canine ringhianti che fuoriescono dal suo ventre. Spaventata e confusa fugge e si nasconde per sempre sulla scogliera, prigioniera di un corpo che non è più il suo e che la incita al rancore e alla violenza.

Circe ha avvelenato il mare e l’amore con le sue erbe magiche e il crudele destino si compie.

E arrivammo all’isola Ea: vi abitava
Circe dai riccioli belli, dea tremenda con voce umana»

Omero, Odissea X

Così ci racconta Ulisse della dea che rappresenta il fascino della natura e dell’istinto, incarnazione della seduzione e maga per mestiere.  Nella sua bella Isola Eea, irretiva con il suo canto i naviganti in cerca di ristoro e si divertiva a tramutare gli uomini in bestie, animali feroci di cui l’isola era popolata.

Lungo la Riviera di Ulisse sono due i luoghi incantati e meravigliosi che si contendono il nome di Isola Eea: il Circeo e l’isola di Ponza che oggi ci offrono uno degli spettacoli più belli che la natura abbia mai creato, non più popolate da uomini tramutati in bestie feroci ma solo da turisti che apprezzano le loro bellezze.

Anche qui, l’eroe troiano è più fortunato o forse più raccomandato di Ulisse: non sbarcherà infatti sull’isola come fece il greco prima di lui ma aiutato da Nettuno navigherà di bolina lontano dall’isola incantata, inseguito dai ruggiti e i latrati delle fiere.

Spirano brezze nella notte e la candida luna
asseconda il corso, i flutti risplendono sotto una tremula luce.
Rasentano per prime le coste della terra circea,
dove la ricca figlia del Sole fa risuonare
di assiduo canto i boschi inviolati, e nel superbo palazzo
brucia alle stelle notturne cedro odoroso,
percorrendo con stridulo pettine lievi tele.
Di qui si ode il rabbioso lamento dei leoni
che si ribellano ai ceppi e ruggiscono nella fonda notte,
e setolosi porci e orsi nei recinti infuriare,
e grandi forme di lupi lanciare ululati.
Uomini furono, e la crudele dea Circe con erbe
potenti li aveva mutati in ceffi e dorsi di fiere
Perché i pii Troiani non soffrissero questi prodigi,
sospinti nel porto, e non approdassero alle terribili sponde,
Nettuno gonfiò le vele di favorevoli venti, e concesse
la fuga e li condusse oltre le secche schiumanti

Virgilio, Eneide VII
Vista del Lago di Sabaudia dal picco del Circeo

Ma torniamo un po’ indietro per ritrovare Enea che naviga ancora lungo la costa siciliana lasciando Scilla e Cariddi a dritta e assiste all’eruzione dell’Etna scampando anche ai Ciclopi, allertato da un vecchio compagno di Ulisse rimasto sull’isola e costeggiando la Trinacria arriva a Drèpanon, l’attuale Trapani, dove seppellisce il padre Anchise.

Giunti di Lilibeo, tosto girammo
Le sue cieche seccagne, e ’l porto alfine
Del mal veduto Drepano afferrammo.
Qui, lasso me! da tanti affanni oppresso,
A tanti esposto, il mio diletto padre,
Il mio padre perdei. Qui stanco e mesto,
Padre, m’abbandonasti; e pur tu solo
M’eri in tante gravose mie fortune
Quanto avea di conforto e di sostegno.

Virgilio, Eneide III

Sarà poi dalle coste sicule che la sua nave verrà sospinta verso Cartagine dove il nostro eroe troiano si innamorerà della bella regina Didone.

È forse questa la sua nuova terra? Dopo tanto vagare è approdato in un mondo che lo accoglie con amore, la regina lo ama e forse anche lui vorrebbe rimanere, stanco di errare  ma gli dei sono in agguato e Mercurio appare ad Enea ricordandogli il suo compito: fondare una nuova città in Italia e non in Africa!

Divinità crudeli e dispettose che muovono il mondo a loro piacere, decidendo e scommettendo le sorti di quegli umani a cui non chiedono pareri ma solo obbedienza e il raggiungimento del compito a loro assegnato come mortali.

Così Enea parte nuovamente e si ferma a Cuma per interrogare la Sibilla e compiere un viaggio nel Regno dei Morti, dove incontrerà anche l’amato padre Anchise che gli mostrerà il futuro: la discendenza che da Ascanio, figlio di Enea, porterà alla fondazione di Roma!

All’uscita dal regno dei Morti, Enea seppellirà il corpo di Miseno sul promontorio che porta ancora oggi il suo nome, lo spartiacque tra due golfi: Napoli e Gaeta.

Enea verso le navi a’ suoi compagni
Fece ritorno. Indi sciogliendo dritto
Lungo la riva il suo corso riprese;
E giunto ov’oggi è di Caieta il porto,
L’afferrò, gittò l’ancore, e fermossi.

Virgilio, Eneide VI
Gaeta vista dal Monte Redentore

Ed ecco il promontorio che sorge dal mare e la lunga spiaggia dorata ma l’approdo dell’eroe troiano in quella baia ben protetta  non sarà dovuto alla bellezza dei luoghi ma per assolvere ad un altro doloroso compito: la sepoltura della sua amata nutrice Cajeta che riposerà in eterno nella nostra terra e le darà il nome.

Le falesie di Monte Orlando a Gaeta

Non saranno le fonti antiche a tramandarci le origini di Cajeta ma Dante Alighieri che proprio per bocca di Ulisse, incontrato all’Inferno nel girone dei fraudolenti, ci racconterà la fondazione della città:

… gittò voce di fuori e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta, prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né ‘l debito amore lo qual dovea Penelope far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto…

Dante Alighieri, Inferno, XXVI, vv. 88-99

Questa è la storia della rotta di Enea profugo di Troia che prima di fondare Lavinium diede un nome a questa terra con la sepoltura della sua amata nutrice.

Le spoglie di Cajeta riposano sulle nostre rive o forse in cima al promontorio dove secoli

dopo Lucio Munazio Planco volle erigere il suo mausoleo funebre in un simbolismo che lo avrebbe accomunato alla stirpe di Augusto della gens Julia, nel luogo di sepoltura della donna che aveva allattato la progenie della futura Roma.

Mausoleo L. M. Planco

A me piace invece pensare che Enea le abbia eretto un pira sulla spiaggia di Serapo e che le sue ceneri si siano mischiate tra vento e mare e abbiano lambito quella roccia che sorge oggi isolata fronte spiaggia e dove il sole tramonta ogni sera.

Quello scoglio solitario – che noi gaetani chiamiamo La Nave – è lì per ricordarci le nostre origini, la nostra storia non scritta che ci riporta a Cajeta che cenere nel vento avrà continuato a proteggere il cammino del suo amato Enea, profugo dalla sua stessa terra.

La Nave

.. E ormai la nutrice di Enea, sepolta
in un’urna di marmo, aveva un tumulo con un breve epitaffio:
“Qui riposa Caieta: il mio figlioccio, noto per la sua pietà,
sottrattami alle fiamme argive, per rito, qui mi ha cremato”.

Ovidio, Le Metamorfosi XIV

Dedicato a tutti i profughi


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VALERIA SIMEONE
Ciao a tutti! Mi chiamo Valeria e sono guida turistica abilitata e accompagnatore turistico.
Sono nata a Gaeta, un’incantevole cittadina sul mare ricca di storia e baciata da una natura spettacolare ma ho vissuto tanti anni tra l’Umbria, Bologna e nove dei miei anni più belli a Venezia. Sono poi tornata nella mia città e qui ho scoperto il mestiere più bello del mondo: un lavoro che mi ha fatto guardare la mia terra con occhi diversi e mi ha insegnato ad amare questi luoghi profondamente. Gli anni vissuti in giro per l’Italia mi hanno poi reso più facile e appassionante il lavoro di Accompagnatore Turistico che svolgo in tutta Italia per clienti americani e australiani.
Come Guida Turistica invece, lavoro nella Regione Lazio e più esattamente nella Provincia di Latina. Una Provincia giovane che ha riunito due mondi storicamente diversi: il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa: una terra ricca di storia, leggende e non solo. La chiamano La Riviera di Ulisse!
Perché questo nome? Lo scopriremo insieme ed esploreremo i luoghi più belli di questa terra incantata perché si sa… con la guida è TUTTaUN’aLTRaSTORIa!

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