L’hotel De Lauzun e il Club Degli Hasciscins a Parigi

Facciata Hôtel de Lauzun

Sull’Ile Saint-Louis, al n° 17 del quai d’Anjou, vi è un palazzo discreto poco conosciuto dai turisti: l’Hôtel de Lauzun. Noto anche con il nome di Hôtel Pimodan, si distingue dalle altre eleganti dimore dell’isola per il suo bellissimo balcone in ferro battuto dorato che emerge dalla facciata classica.

Lungo i secoli, diversi proprietari si sono susseguiti marcandolo con le loro personalità e le varie vicissitudini. Ma l’Hôtel de Lauzun, oggi, è soprattutto ricordato per aver accolto l’intrigante Club degli Hasciscins, un gruppo di artisti e letterati che qui si riunivano dedicandosi a misteriose pratiche. Molti personaggi famosi hanno fatto parte di questo stravagante club, tra cui Théophile Gautier e Charles Baudelaire, che s’ispirarono da queste serate per scrivere alcune tra le pagine più originali della letteratura francese.

Storia dell’Hôtel de Lauzun

L’Hôtel de Lauzun fu costruito nel 17° secolo per volere di Charles Gruÿn des Bordes, figlio di un commerciante di vini dell’Ile de la Cité, arricchitosi divenendo fornitore dell’esercito reale. Charles Gruÿn des Bordes è quello che all’epoca viene considerato un parvenu, un arricchito, e per essere accettato agli occhi dell’alta società, si fa fare una residenza sontuosa, elegante e raffinata.  A partire dal 1641 acquista una parcella di terreno sull’Ile Saint-Louis, e ordina la costruzione di un Hôtel particulier a partire dal 1657. Implicato in una serie di processi, Charles Gruÿn des Bordes cade in disgrazia, e viene incarcerato nella prigione di Pignerol.

Il proprietario successivo del palazzo è il brillante Antonin Nompar de Caumont, duca di Lauzun. Cadetto di Guascogna, gran cortigiano e favorito di Luigi XIV, il duca di Lauzun cade anch’egli in disgrazia agli occhi del Re Sole, e incarcerato anche lui alla prigione di Pignerol. Di lui si è però innamorato la Grande Mademoiselle, Anne-Marie-Louise d’Orléans, cugina del re, una delle più grandi fortune di Francia, che riesce a farlo liberare, sposandolo poi in segreto. Interdetto alla corte, il duca si stabilisce nel palazzo sull’ile Saint-Louis, dove conduce una vita di sfarzi e grandi feste.

Ritratto del duca di Lauzun attribuito a Alexis Simon Belle

Dopo il duca di Lauzun molti altri proprietari hanno occupato l’hôtel particulier, che cambia nome diverse volte nella sua storia. Difatti, è con il nome di Pimodan che l’hôtel attraversa l’epoca della Rivoluzione, dell’Impero e della Restaurazione della monarchia. Il nuovo nome lo deve a Charles-Jean de la Vallée, marchese di Pimodan, che lo aveva acquistato.

Ma è verso la metà del 19° secolo che il barone Jerôme Pichon, ricco banchiere e gran collezionista, s’innamora di questa residenza: la compera, la restaura e si stabilisce in un’ala del palazzo. Mette in affitto poi la parte che non occupa, dove, nella seconda metà del 19° secolo si terranno le riunioni del Club degli Hasciscins. Charles Baudelaire, uno dei membri del gruppo, ha abitato in un appartamento mansardato all’ultimo piano.

Nel 1928 la città di Parigi acquista il palazzo, salvandolo dalla rovina, e lo ribattezza Hôtel de Lauzun, in ricordo del brillante e mondano duca che lo ha abitato – anche se per soli tre anni – nel 17° secolo. Nel 2005 è stato completamente restaurato, ritrovando lo splendore di un tempo. Vero e proprio gioiello architettonico, quasi sconosciuto dai visitatori, resta ai margini del turismo di massa.

Un hotel.. particulier

L’Hôtel de Lauzun è un hôtel sì, ma non come lo intendiamo noi oggi. È un hôtel particulier, vale a dire una residenza nobiliare. Nel 17° secolo molti nobili si fecero costruire questo tipo di dimore, in particolare nel quartiere del Marais, poco distante. Ciò che però distingue l’Hôtel de Lauzun dalle altre residenze signorili è il suo sontuoso decoro interno, degno delle più belle sale di Versailles.  

Difatti, pochi immaginano che dietro alla sua facciata classica, molto sobria e discreta, si nasconda in realtà un decoro spettacolare, degno rivale della reggia del Re Sole. Ma in più piccolo!

Riconosciamo il palazzo dalla strada, grazie all’iscrizione sopra il portone che indica il nome e la data di costruzione: Hôtel de Lauzun 1657. Si attraversa una corte, anch’essa molto sobria e, varcata la soglia del palazzo, si è accolti da una grande scalinata d’ispirazione rinascimentale.

Salendo le scale si giunge ad un’infilata ininterrotta di stanze, il cui decoro maestoso aumenta man mano che le si percorre. Nel 17° secolo la distribuzione delle stanze è ancora quella tradizionale delle dimore e dei castelli dei secoli precedenti, vale a dire un’infilata di sale costituita da un’anticamera, da una stanza principale e uno studiolo, cioè uno spazio più intimo, dove ci si ritira per lavorare, scrivere delle lettere, leggere.

Nell’hôtel de Lauzun troviamo la stessa disposizione: si attraversa un’anticamera sontuosamente decorata con boiseries e stucchi dorati, che è solo il preludio allo sfarzo delle sale successive. In seguito si passa nella sala principale, detta Sala d’apparato. È la stanza più solenne, dove si ricevono gli invitati. Agli inizi del 20° secolo fu trasformata in una Sala da musica da Louis Pichon, un discendente di Jerôme Pichon, che ha ereditato il palazzo. Louis Pichon ha aggiunto nel 1906 dei soppalchi con delle balaustre dorate, sulle quali s’installavano i musicisti per animare le serate. La Repubblica francese ha organizzato molti incontri con grandi personalità e regnanti stranieri, che qui hanno cenato accompagnati dall’orchestra. Un salone completamente ricoperto di dorature e stucchi, con bellissime pitture di paesaggi e decori a grottesche, come quelli rinvenuti nella Domus Aurea di Nerone.

Da qui si entra poi in una camera ad alcova, ed infine si raggiunge lo studiolo o Boudoir di Dafni e Cloe, la stanza più spettacolare. Il boudoir è un’espressione apparsa nel 18° secolo, per definire un luogo d’intimità, dove si riceveva in petit comité, dove si leggeva o si discuteva, attorno a una tazza di tè, di caffè o di cioccolato. Qui il decoro è ancora più sfarzoso rispetto alle altre sale: pannelli di legno scolpiti e ricoperti di foglie d’oro, con un decoro di mascheroni sul soffitto, e motivi a grottesche alle pareti. Una stanza che invita alle divagazioni, dove lo sguardo non trova riposo, in una sorta di horror vacui. Un vero e proprio scrigno, quando la luce del sole penetra e si riflette sulle superfici dorate, che a sua volta si riflettono sulle specchiere.

Ed è proprio qui, in particolare nella sala d’apparato detta anche Sala della musica, che verso la metà del 1800 si riuniva il Club degli Hasciscins.

Il club degli Hasciscins o mangiatori di hascisc

Si tratta di un club che fu fondato dal dottor Jacques-Joseph Moreau de Tours, un medico specializzato nell’alienazione, che a seguito di viaggi in Egitto e Siria, si era interessato agli effetti delle droghe sul corpo umano, in particolare quello dell’hascisc. Il termine Hasciscin rinvia a un’antica setta islamica, guidata da un capo, Hassan al Sabbah, detto il Vecchio della montagna. Egli otteneva dai suoi adepti la completa abnegazione, dando loro dell’hascisc che provocava delle allucinazioni. Il Vecchio della montagna poteva chiedere ai suoi adepti ciò che voleva, anche uccidere. Hasciscin sarebbe all’origine della parola assassino.

A Parigi, il dottor Jacques Moreau riunisce attorno a sé un gruppo di persone, tra cui degli artisti e letterati ben noti: Eugène Delacroix, Gerard de Nerval, Alexandre Dumas, Théophile Gautier, Charles Baudelaire, e forse anche Victor Hugo, per citarne alcuni. Jacques Moreau vuole sondare gli effetti di queste droghe sul corpo e sulla mente, e una volta al mese, organizza delle riunioni chiamate Fantasia dagli adepti. Durante queste riunioni i membri del club consumano il dawamesk (una sorta di marmellata verdastra fatta a partire dalla resina di cannabis, unita ad altre sostanze come pistacchi e spezie).

Seguendo un rituale ben codificato, i partecipanti alle sedute mangiavano un po’ di questa marmellata e cadevano in una sorta di torpore, fino a vivere delle allucinazioni visive e uditive.  In seguito, raccontavano gli effetti e le visioni che avevano vissuto.  A conclusione di queste sperimentazioni, che durarono dal 1844 al 1849, il dottor Moreau pubblicò il saggio Dell’hascisc e dell’alienazione mentale, prima opera scientifica sulle droghe e il loro effetto sul corpo umano.

L’eredità letteraria del Club degli Hasciscins

Nella prima metà dell’800 l’uso di droghe provenienti dall’Estremo Oriente, come l’oppio o l’hascisc, si diffonde sempre di più nei milieu scientifici e letterari. Alla fine del 19° secolo si contavano più di mille fumerie d’oppio nella capitale. Il Club degli Hasciscins quindi non era certo l’unico luogo dove si consumava della droga a Parigi. Ma ciò che lo ha reso così celebre è l’eredità che questa esperienza ha lasciato nella letteratura francese. Molti scrittori che parteciparono a queste serate, difatti, se ne ispirarono per i loro racconti e romanzi. Alexandre Dumas parla del dawamesk in una scena del Conte di Montecristo. Charles Baudelaire – che ricordiamo abitava un appartamento nel sottotetto dell’Hôtel de Lauzun – ha scritto le sue impressioni e riflessioni su queste esperienze nel famoso libro i Paradisi artificiali.

Ma le pagine più seducenti e marcanti sono senza dubbio quelle scritte da Théophile Gautier, ne Il Club degli Hasciscins. Uscito a puntate sulla rivista letteraria La Revue des Deux Mondes nel 1846, lo scrittore ci narra le sue esperienze vissute nelle sedute di Fantasia, in uno stile certo gotico, ma molto realistico.

Théophile Gautier Le Clud des Hachichins © Editions Mille-et-une-nuits

Il racconto di Théophile Gautier comincia in una serata nebbiosa, quando arriva all’Hôtel de Lauzun e ci descrive come avvenivano queste serate:

Il dottore si teneva in piedi, di fianco a un buffet sul quale si trovava un vassoio pieno di piattini di porcellana del Giappone. Egli prese da un vaso di cristallo, con una spatola, una piccola quantità di marmellata verdastra, della grandezza di un pollice più o meno, e la pose su ogni piattino. Quando ogniuno ebbe mangiato la propria parte, venne servito del caffé turco, cioè con del deposito e senza zucchero. Poi si passò a tavola.

Il Club dei mangiatori di hascisc, di Théophile Gautier

E ci racconta le differenti fasi dell’esperienza, a cominciare da un’acuità gustativa e uditiva:

L’acqua che bevevo mi sembrava avesse il sapore del vino più pregiato, la carne, nella mia bocca, si trasformava in lampone e viceversa. Non avrei distinto una cotoletta da una pesca.

Il Club dei mangiatori di hascisc, di Théophile Gautier

Fino ad uno stato allucinatorio dove le figure del salone si animano:

Poco a poco il salone si è riempito di figure straordinarie, come nelle incisioni di Callot e nelle acquatinte di Goya (..)

Il Club dei mangiatori di hascisc, di Théophile Gautier

E infine l’apparizione di un personaggio enigmatico, che Théophile Gautier chiama Daucus-Carota, uscito da non si sa dove, che aveva un naso curvo, come il becco di un uccello, gli occhi verdi cerchiati e…

…le gambe fatte di radici di mandragora.
Le sue gambe guizzavano e si dibattevano con un’attività straordinaria, e, quando il piccolo torso che le sosteneva si trovò davanti alla mia faccia, lo strano personaggio scoppiò in singhiozzi, e asciugandosi gli occhi, con un braccio e poi l’altro, mi disse con voce triste «è oggi che bisogna morire dal ridere». (…) ‘ «Dal ridere… dal ridere…» ripetevano in coro delle voci discordanti e stridule.

Il Club dei mangiatori di hascisc, di Théophile Gautier

Stranamente, questo personaggio che anima le allucinazioni dello scrittore, ci ricorda le immagini di grottesche che decorano l’hôtel particulier. Che, come scrisse Charles Baudelaire ne I Paradisi artificiali ‘lo spirito non è che lo specchio in cui l’ambiente circostante si riflette in modo deformato’. (Da I Paradisi artificiali, Charles Baudelaire).

Possiamo immaginare allora come questi poeti e scrittori, sotto l’influsso dell’hascisc, vedessero scendere dal soffitto le figure dipinte dell’Hôtel de Lauzun, che cominciavano a volteggiare nella stanza. Un luogo d’arte e di mistero, che non è sfuggito al regista Roman Polanski, siccome è qui che ha ambientato una delle scene del suo film la Nona porta (1999).Sarebbe difatti all’Hôtel de Lauzun che il bibliofilo specializzato in libri rari, Dean Corso (Johnny Depp), rende visita alla baronessa Kessler per studiare il suo esemplare del libro Le nove porte del regno delle ombre.

Gioiello architettonico, luogo storico, ispirazione letteraria e cinematografica, l’Hôtel de Lauzun oggi vive al ritmo flemmatico dell’Ile Saint-Louis, sul lungosenna. Per chi vuole però uscire dai sentieri battuti e scoprire una Parigi più segreta ed esclusiva, l’Hôtel de Lauzun è sicuramente un luogo ideale!


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STEFANIA MONACO
Mi chiamo Stefania, sono emiliana e vivo a Parigi da più di vent’anni. Dopo essermi laureata in Lettere moderne all’università di Bologna, ho scelto la capitale francese per proseguire i miei studi in museologia e storia dell’arte. Il mio lavoro di guida turistica mi porta da anni a percorrere i luoghi più emblematici di Parigi e della sua regione. Amo particolarmente far scoprire ai visitatori le collezioni del Louvre e del museo d’Orsay, ma anche accompagnarli nei quartieri più caratteristici – il Marais, Saint-Germain-des-Prés, Montmartre – girovagando tra le strade e i vicoli, per riviverne la storia o ammirare semplicemente lo scorrere della vita quotidiana. Non c’è quartiere della città che non custodisca il ricordo dell’artista o dello scrittore che lo ha abitato. La bellezza e l’arte qui sono onnipresenti: a Parigi anche i cioccolatai si trasformano in scultori, creando vere e proprie opere d’arte!

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