Torino e oltre – Viaggio attraverso la Certosa di Collegno

“Ma sei proprio uno smemorato di Collegno!”

Questa espressione, diffusa in tutta Italia e utilizzata per decenni dalla generazione dei nostri nonni, trae origine da un vero e proprio caso di appropriazione di identità, che divise il nostro Paese negli anni 20 e 30 del novecento.  Veniamo ai fatti: nel 1926 un uomo di circa 45 anni venne sorpreso mentre rubava dei vasi di rame nel cimitero di Torino. Arrestato dalla Polizia, l’uomo non seppe dare le sue generalità. Sembrava infatti essere privo di memoria ed è per questa ragione che venne ricoverato nel Regio Manicomio di Collegno.

Poiché era un malato diverso dagli altri, che non dava segno alcuno di pazzia, che frequentava la biblioteca e che aveva cura della sua igiene, nel 1927 venne pubblicata sulla “Domenica del Corriere” la sua fotografia, per vedere se qualcuno lo riconoscesse.

L’uomo fu riconosciuto da una ricca signora di Verona come il proprio marito, ovvero il professore Giulio Canella, disperso in Macedonia durante la Grande Guerra.

La vicenda sembrava una fiaba a lieto fine, ma una lettera anonima inviata alla polizia, rivelò che il misterioso smemorato non era Giulio Canella, bensì Mario Bruneri, un tipografo torinese con pendenze giudiziarie.

Il caso andò in tribunale e dopo diversi gradi di giudizio, lo smemorato fu riconosciuto come Bruneri e condannato a quattro anni di reclusione. Scontati due anni di carcere, Bruneri/Canella venne rilasciato e trascorse il resto della sua vita con la signora Canella in Brasile. La coppia ebbe addirittura 3 figli!

Questa vicenda ispirò scrittori come Pirandello, registi come Pasquale Festa Campanile ed anche Totò e Macario furono protagonisti di un film, “Lo Smemorato di Collegno” nel 1962.

Oggi Collegno è una città di circa 48.800 abitanti, situata nella prima cintura di Torino e sviluppatasi sul lato nord dell’antica “strada di Francia”, che allora come oggi collega la capitale sabauda con Rivoli e il suo castello.

Città di vocazione industriale, è conosciuta per il suo “Villaggio Leumann”, un complesso manifatturiero e residenziale progettato dal noto architetto Liberty Pietro Fenoglio per l’imprenditore tessile Napoleone Leumann, che realizzò un micro-villaggio con chiesa, abitazioni, scuole e spazi pubblici per i suoi dipendenti.

Inutile negare che per i più Collegno è il luogo in cui sorgeva uno tra i più famosi ospedali psichiatrici d’Italia, teatro di sofferenze e di dolore, di grida e di paura e di tante storie familiari. Eppure, in origine, qui regnava il silenzio, scandito dalle preghiere dei monaci certosini insediatisi nel complesso di Collegno nel lontano 1647.

Se torniamo indietro di 400 anni, qui nel 1618 sorgeva la villa di campagna di Bernardino Data. Questi fu Tesoriere dei Savoia, ma fu accusato di peculato e condannato all’esilio. Nel 1624 la famiglia Provana di Collegno acquistò la residenza e nel 1641 la vendette a Cristina di Francia, la prima Madama Reale, che aveva fatto voto di fondare un monastero certosino a Torino.

I Certosini erano già nel territorio sin dal 1189, quando il conte di Savoia Tommaso I diede loro la chiesa della Madonna della Losa, sulle alture di Gravere. Nei secoli, l’ordine si spostò a Monte Benedetto e poi a Banda, da Banda ad Avigliana, diventando una presenza importante nella Valle di Susa.

Nel 1630 l’abbattimento delle mura e della Certosa di Avigliana, costrinse i monaci a tornare a Banda, fino a quando, grazie al voto di Cristina di Francia, l’Ordine Certosino non si traferì definitivamente a Collegno.

L’incarico del progetto del monastero fu commissionato all’architetto ducale Maurizio Valperga, che ci lavorò tra il 1642 e il 1644. Il complesso risultava grandioso ed è possibile misurarne l’imponenza consultando l’incisione riportata nel Theatrum Sabaudiae.

Come spesso accade, i fondi non erano sufficienti e i monaci furono costretti ad adattare la villa Data alle loro esigenze, in attesa che il complesso fosse edificato secondo un progetto più modesto.

Il monastero cominciò a prender forma attorno al 1720, con la realizzazione del chiostro: 70 x 54 metri con 112 colonne e 15 cellette, dove ogni monaco aveva a disposizione due stanze a pianterreno e due al primo piano. L’architetto messinese Filippo Juvarra disegnò la chiesa, ma anche questa non venne mai realizzata e si adattò il refettorio a luogo di culto. Il solo intervento juvarriano fu l’altare maggiore, oggi nella chiesa di San Martino a Rivoli.

Il chiostro

Sempre di Filippo Juvarra il portale di ingresso. Data del 1737 e fu eretto in occasione del matrimonio tra Carlo Emanuele III ed Elisabetta di Lorena.

Portale juvarriano

Tra le colonne un’annunciazione ed in alto due sculture di Carlo Antonio Tantardini, rappresentanti la Fede e la Carità. Davanti un grosso emiciclo, realizzato per permettere alle carrozze con tiro a sei cavalli di fare manovra ed entrare nella corte interna della Certosa.

Oltre al grande chiostro, è possibile visitare l’Aula Hospitalis, ovvero l’antica farmacia certosina. Qui ci sono ancora gli affreschi dei Recchi risalenti alla metà del Seicento e gli scaffali dove un tempo facevano mostra di sé meravigliosi vasi di fattura pavese, rubati nel 1991.

I prodotti degli speziali certosini erano così rinomati, che nel 1741 i farmacisti torinesi chiesero a papa Benedetto XIV di vietare la vendita al pubblico dei medicamenti collegnesi, per non subirne la concorrenza. I monaci, risentiti, si rivolsero ai Savoia e il ministro Ferrero d’Ormea diede loro licenza di vendita al pubblico. Nel 1764 si risolse la contesa e i Certosini furono liberi di vendere a chiunque avesse bisogno i loro preparati.

Vasi da farmacia

Anche nel periodo napoleonico, quando nella Certosa venne istituita l’Università, lo Speziale e un Converso furono autorizzati a continuare il loro esercizio.

Dal 1818, con il ritorno dell’ordine monastico dopo il periodo napoleonica, la Certosa divenne anche il sito della cappella dell’Ordine Cavalleresco della SS Annunziata ed oggi è possibile visitare il luogo di sepoltura di ben 10 Cavalieri.

Ma come può, un luogo di silenzio e preghiera trasformarsi in un luogo di grida e di follia?

Nel 1728 Vittorio Amedeo II affidò, con Regie Patenti, la gestione dell’ospedale dei “Pazzerelli” alla Confraternita del SS Sudario. Fu il primo “ricovero per mentecatti” del Regno, un tentativo di dividere i malati mentali dai criminali comuni.

Nel 1827 venne edificato un nuovo manicomio, su progetto di Giuseppe Talucchi, il cosiddetto “Albergo dei Due Pini”, perché l’ingresso, su via Giulio, era caratterizzato da due alte conifere.

Nel 1854, a causa di epidemie di colera e mancanza di spazi, si chiese ai Certosini di Collegno di ospitare un certo numero di pazienti del manicomio di via Giulio. La convivenza risultò da subito molto difficile e nel 1855 l’istituto religioso venne soppresso e venne elaborato un moderno progetto di adattamento del complesso monastico alle esigenze sanitarie. Gli ingegneri Giovan Battista Ferrante e Luigi Fenoglio disegnarono 9 padiglioni disposti a pettine a lato nord del chiostro e 5 sul lato sud. Nel 1897 furono edificate la lavanderia a vapore e la stireria, dove si trattavano ben 97.000 capi al mese! A cavallo del nuovo secolo furono terminati locali di servizio e laboratori e negli anni Trenta del Novecento l’ingegnere Torretta progettò le Ville Regina Margherita, dove si ospitavano malati paganti e che avevano diritto ad avere la camera singola ed a pasti più abbondanti.

Porticato verso lavanderie

I Padiglioni, nel 1966, erano 21 in totale. La divisione era fatta a seconda della patologia. I malati tranquilli, separati dai furiosi, i criminali separati dai lavoratori che giornalmente si recavano ai laboratori o nei campi per praticare l’ergoterapia, ovvero il lavoro come metodo terapeutico delle malattie mentali.

Il manicomio era gestito sin dal 1728 dalla Confraternita del SS Sudario, ma con le leggi Crispi del 1890 venne fondata un’Opera Pia che, svincolata dall’ordine religioso, diventò ente autonomo. 

Opere di alcuni ricoverati

Nel 1904 la legge n. 36 Bianchi e Giolitti, sanciva che una persona doveva essere ricoverata in manicomio per “pericolosità per sé e per gli altri e pubblico scandalo”. Non era dunque difficile finire a Collegno. Bastavano pochi testimoni, oppure essere una donna con desiderio di autonomia e si aprivano le porte di un luogo che definirei “altro”.  

Andando in visita all’Archivio e Biblioteca Medica del ex padiglione 8, si possono scoprire cartelle cliniche di personaggi famosi, come Ida Peruzzi, moglie di Emilio Salgari, ricoverata a Collegno il 19 aprile 1911, per “Erotismo fisiologico esagerato”, oppure vedere la collezione di dipinti di tanti pazienti che lì sono vissuti, hanno sofferto, ma che grazie all’arte si sono sentiti liberi nonostante le sbarre alle finestre e i muri che separavano il modo dei “normali” dal mondo della “follia”.

Dal 1969 cominciano a costituirsi le prime comunità terapeutiche e psichiatri illuminati come i dottori Giuseppe Luciano, Enrico Pascal, Annibale Crosignani dei manicomi di Torino e Collegno tratteranno i ricoverati come dei pazienti da curare e da riabilitare. La legge 180 del 1978, meglio conosciuta come legge Basaglia, chiuderà definitivamente i Manicomi, anche se a Collegno gli ultimi 4 reparti chiuderanno nel 1993.

Oggi il complesso di Collegno ha una nuova vita. Una parte è diventata il parco Generale Dalla Chiesa, con le Ville Regina Margherita parzialmente riqualificate e con Associazioni che utilizzano le varie strutture. C’è anche un liceo e la sala delle Arti, ex chiesa manicomiale, dove vengono fatte interessanti mostre.

Interni della Chiesa

Il complesso è la sede della ASL3 e alcuni padiglioni sono sedi distaccate dell’Università degli Studi di Torino.

Suggestivo il tour serale del complesso della Certosa, con le sue architetture barocche e la visita agli archivi, dove si dipana la storia della psichiatria attraverso i secoli. Si ripercorre la nascita dei manicomi, ammirando l’atto costitutivo dell’ospedale dei “pazzerelli” del 1728, i progetti del manicomio di Collegno del Ferrante, l’atto notarile di acquisto della certosa nel 1856, fotografie e cartelle cliniche dei pazienti più famosi. Tra queste ultime quella del già citato “Smemorato di Collegno”. Sono due ore di tour intenso, di scoperta e presa di coscienza di quello che è stato e che speriamo non sia mai più.

La visita serale è prenotabile tramite l’agenzia Somewhere Tours and Events all’indirizzo email booking@somewhere.it

Per una cena o un pranzo, consiglio il ristorante La Casa di Bacco, dove potete gustare alcune specialità piemontesi, come Paté di fegato su crostini, la Giardiniera di verdure e tonno, la Lingua con i due bagnetti, oppure risotti o la finanziera, un piatto preparato con le frattaglie, tipico della cucina del territorio. Vi aspetto per scoprire insieme le bellezze del territorio!


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Ciao, sono Donatella Ferraris. Avete sentito dire che Torino è una città industriale, grigia? O che in Piemonte non c’è molto da vedere, salvo le montagne? Allora il mio obiettivo sarà quello di farvi innamorare del mio territorio, non solo con gli articoli che scrivo, ma anche con delle visite pensate ad hoc per ogni esigenza. Mi piacciono la storia, l’arte, l’enogastronomia, le curiosità legate alla mia Regione e le lingue. È per me fantastico lavorare con turisti di altre Regioni d’Italia e con stranieri. Soprattutto quando tornano a casa con un po’ di Piemonte nel cuore.

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