Villa Bruschi Falgari, tra storia e storie a Tarquinia (VT)

C’era una volta a Tarquinia Villa Bruschi Falgari, un luogo ameno con un bel giardino all’inglese connotato da anfratti verdi e misteriosi, fontanelle zampillanti e vialetti ombrosi, un rifugio segreto per gli innamorati tarquiniesi che incidevano i loro nomi sulle foglie delle agavi.

I Bruschi, allora una famiglia di agiati agricoltori arrivarono a Corneto (antico nome di Tarquinia) intorno al 1630, ma la vera ricchezza arrivò nel XVIII secolo.

Lucantonio Bruschi, con una serie di attente acquisizioni, vendite e permute, accorpò vigneti, oliveti, orti, giardini e canneti e inoltre ricevette sostanziose eredità da alcune famiglie. Grazie a una di esse, l’autorevolissima casata dei Falgari, assunse anche il prestigioso cognome da unire al proprio e dal 1788 in poi si chiamarono Bruschi Falgari. Insieme al cognome Lucantonio acquisì numerosi beni immobili e, con essi, la bella villa suburbana.

I suoi proprietari amarono in special modo il giardino che consideravano un piccolo paradiso privato e che diventò talmente famoso per i suoi alberi di agrumi, le piante pregiate e le orchidee da essere raccontato anche da Vincenzo Cardarelli.

La villa era la dimora preferita della contessa Giustina, una donna imperiosa, un’imprenditrice agricola e una disinvolta collezionista di reperti archeologici. Fu proprio durante le campagne di scavo da lei volute sui suoi terreni che furono scoperte la tomba della Pulcella e la tomba di Caccia e Pesca, due capolavori della pittura funeraria tarquiniese.

Nel 1864 la contessa volle anche restaurare la villa prediletta. Affidò l’incarico al famoso architetto romano Virginio Vespignani che diede il meglio di sé dando vita alle forme eclettiche del secondo Ottocento.

A cavallo dei due secoli il figlio della contessa Giustina, il conte Francesco, fu sindaco di Corneto -Tarquinia, benemerito per aver dotato di acqua corrente le case della città grazie alla costruzione di un acquedotto, un evento epocale ancora ricordato da un’epigrafe posta sulla facciata del palazzo comunale tarquiniese. Purtroppo il matrimonio con la nobile Matilde Marescalchi fu meno fortunato della carriera politica e naufragò in una clamorosa separazione legale avvelenata da una combattuta spartizione dei beni materiali. Dal matrimonio, all’inizio molto passionale, erano nati quattro figli di cui Luca era l’unico maschio. Come tale, era l’unico vero erede di tutte le ricchezze e dell’amore paterno, a discapito delle sorelle.

A questo punto però Matilde, donna moderna e femminista della prima ora, consapevole che la liberazione delle donne dipendeva soprattutto dalla loro emancipazione giuridica ed economica, redasse un testamento destabilizzante,

scandaloso e provocatorio, lasciando la sua parte di eredità alle tre figlie femmine.

Al figlio maschio, incredibilmente diseredato, la madre scrisse di non aversene a male e aggiunse alle sue volontà di non voler essere seppellita a Corneto e soprattutto non accanto al conte Francesco.

E fu così che Luca, il diseredato, pensò bene di far costruire una cappella gentilizia nell’amato giardino di Villa Falgari per accogliervi le spoglie dei suoi genitori, contravvenendo in questo modo alle volontà testamentarie dell’amata mamma.

La cappella fu terminata nel 1912 e finalmente nel 1913 i feretri del conte Francesco Bruschi Falgari e di sua moglie Matilde Marescalchi viaggiarono insieme nello stesso vagone ferroviario per essere sepolti insieme a Corneto.

Alla consacrazione della cappella assistettero nobili romani e rappresentanti della nobiltà cornetana. Luca fece gli onori di casa insieme alla moglie e alle figlie Elisabetta e Matilde, due fanciulle in fiore alle quali il destino non avrebbe concesso il dono della maternità. La dinastia dei Bruschi Falgari si estinse con loro e, nell’arco di pochi decenni, con la conseguente e irreparabile dispersione dell’immenso patrimonio, l’inselvatichimento del giardino delle meraviglie e il degrado della villa, discreta spettatrice dell’amore e dell’odio coniugale, fedele nei secoli ai suoi padroni.

Foto di Carlo Antonelli e Walter Rosatini


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Mi chiamo Claudia Moroni. Sono una guida turistica abilitata dal 2006 nella regione Lazio. Vivo a Tarquinia, nel cuore della Maremma, la porta d’ingresso della Tuscia, una città dove gli etruschi hanno lasciato tracce indelebili tanto che le necropoli con le tombe dipinte sono diventate insieme a Cerveteri nel 2004 un sito Unesco. L’essere una guida turistica, per me, significa amare il territorio in cui vivi, con le sue ricchezze artistiche, culturali e ambientali, e cercare di trasmettere questo amore alle persone che si affidano a me per conoscere la zona. Insomma, mi piace considerarmi una “custode” della mia terra, dei suoi segreti e delle sue bellezze!

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