Natura e Avventura – Escursione tra boschi, rocce e casette nell’Appennino piemontese

Nelle puntate precedenti avevamo già avuto modo di esplorare l’appennino piemontese e di osservare come alcuni luoghi di questa bassa catena montuosa possono regalare panorami tanto poetici quanto suggestivi e selvaggi.

Oggi andremo a fare un giro sull’anello dei Gorrei in provincia di Alessandria, nel comune di Ponzone, uno dei comuni più estesi del Piemonte, ricco di frazioni sparse tra i boschi.

Il sentiero parte in località Piancastagna, una borgata di case sperduta lungo le curve collinari che dal Monferrato portano ai rilievi liguri che incorniciano il Parco del Beigua.

A fare da start e da arrivo c’è il sacrario dei partigiani, una struttura commemorativa, costruita per ricordare tutti coloro che in questa zona parteciparono alla resistenza e caddero nel tentativo di difendere le loro case e le loro famiglie dall’invasore durante la seconda guerra mondiale. Questa zona, durante il conflitto fu particolarmente interessata da tale fenomeno tant’è che nei paraggi troviamo un sentiero escursionistico appositamente dedicato alla memoria dei partigiani.

Dopo una doverosa visita al sacrario, iniziamo il sentiero; camminando dapprima su asfalto, attraverseremo la borgata di Piancastagna, per poi svoltare a destra ed addentrarci nel bosco quando saremo in corrispondenza di una casa dalla facciata color marrone.

Il percorso tra la natura che inizialmente si presenterà come uno stretto cunicolo tra la vegetazione, con ragnatele che ci si impigliano ai capelli e ai vestiti, dopo qualche decina di metri si tramuterà in un pregevole sentiero discretamente largo che ci porta a spasso tra la vegetazione che cresce su queste rupi; vegetazione che lotta per ricavarsi un proprio spazio in questo luogo brullo povero di suolo.

La parte iniziale della nostra escursione sarà una piacevole discesa verso il fondovalle dove il Rio Miseria, il piccolo torrente che ha solcato questi piccoli monti per millenni, continua inesorabile la sua azione modellatrice, interrotto solo dai periodi di estrema siccità che lo portano a prosciugarsi.

La discesa prosegue lievemente e dolcemente accompagnandoci tra epiche ambientazioni da Gran Canyon, infatti, i boschi misti dominati da castagni (Castanea sativa), pini domestici (Pinus pinea) e querce (Quercus petraea), si alternano a zone rocciose popolate da arbusti di ginepro (Juniperus communis) ed erica (Erica arborea). tutt’attorno a noi la roccia appare rossastra, conferendo un abito ancor più selvaggio a queste rocche abitate a tratti da piccoli arbusti.

Ma perché la roccia possiede questo colore? La roccia su cui ci troviamo è detta Serpentinite, una roccia metamorfica originatasi da rocce magmatiche, tipica di questa regione dell’appennino. La roccia deve questo nome al fatto che in diversi siti la si può trovare anche di colore verde (il colore dei serpenti per l’appunto), tuttavia la sua grande ricchezza in metalli, in particolare ferro e magnesio, fa sì che possa in un certo senso “arrugginire”; il colore rosso che vediamo sulla sua superficie è dato infatti dall’ossidazione dei metalli presenti al suo interno.

Avvicinandoci al fondovalle, noteremo alcune antiche abitazioni e sarà impossibile non cercare di ricostruirci un immaginario passato con persone che abitavano quasi nel fondovalle completamente isolate dai gruppi di case che sorgevano sulle creste collinari. Cosa avevano le persone di allora che noi non abbiamo? Come potevano un tempo vivere confinate quaggiù in questa vallata remota? Mi verrebbe da pensare che le persone di un tempo fossero dotate di una marcia in più rispetto a noi.

Poco prima del tratto che ci separa dal giro di boa verticale facciamo una sosta al rifugio Viazzi: un bivacco sempre aperto che può accoglierci durante il giorno e la notte, nel quale possiamo fermarci a mangiare, dormire e grigliare nella pace più assoluta.

Una volta che ci saremo riposati potremo riprendere il cammino per arrivare al punto più basso del nostro tragitto di oggi. Percorrendo lo spazio che ci resta per giungere al torrente, noteremo un radicale cambiamento nell’ambiente che ci circonda. Mentre finora abbiamo attraversato boschi misti in ambienti discretamente secchi e rocche brulle arse dal sole, ora ci troviamo immersi nel verde, un verde che ci circonda dall’alto in basso. Il suolo è coperto da uno strato ti foglie pennate, questo perché nella parte più bassa della vallata abbiamo una maggiore concentrazione di umidità nell’aria e nel suolo, data dall’impregnamento di acqua portata dal torrente. Ciò fa sì che in tale zona possano prosperare le felci (Pteridium aquilinum) piante la cui crescita è favorita dalla presenza massiva umidità.

Un tappeto di felci

Ecco raggiunto il Rio miseria! Bisognava godersi la discesa che abbiamo percorso fin qui perché quella lieve salita che si intravede dall’altro lato del torrente, tra qualche decina di metri si trasformerà in una terribile salita spezza gambe e svuota polmoni.

Il Rio Miseria, il punto più basso. Ora inizia il salitone!

Arrancando su questa salita ci portiamo in quota sul versante opposto a quello da cui siamo scesi, e dato che oltre al danno c’è sempre anche la beffa, la salita non è solamente molto ripida. Scordiamoci quel bel sentiero compatto e solido che abbiamo percorso in discesa, qui il sentiero si fa pietroso, dissestato e solcato, aggiungendo quel po’ di fatica in più che ci mancava. Scordiamoci anche quel bel boschetto ombroso e fresco del fondovalle; la vegetazione lungo questa salita non è così tanto alta, quindi aspettiamoci di fare una bella doccia di sudore sotto il sole cocente fino a giungere al tratto in cui spiana.

Anche se la salita ci sta sfiancando, non dimentichiamoci di fermarci e voltarci ogni tanto. Mentre saliamo, alle nostre spalle si sta aprendo un meraviglioso panorama il cui protagonista è il versante da cui siamo arrivati. Dopotutto i sentieri si percorrono per osservare, mica per faticare. La fatica è solo il prezzo da pagare per poter contemplare panorami da sogno: quelli di cui ci si ricorderà per tutta la vita.

Dopo una sudata fotonica, arriviamo finalmente al bosco, situato nel punto in cui la salita si interrompe ed il sentiero torna ad avere una pendenza godibile senza che sia necessario l’uso di imprecazioni per poter procedere.

Il fresco del bosco appena scoperto ci invoglia a sederci per qualche minuto a riposare le gambe, bere una sorsata d’acqua e rigenerarci dalla salita appena affrontata e sconfitta.

Per qualche centinaio di metri si procederà su di una pendenza rilassante poco impegnativa che ci permette di goderci l’escursione senza troppa fatica e ci permette di ammirare i pregi del bosco in cui ci troviamo, finché arriveremo ad un bivio al quale dovremmo svoltare a destra per poi procedere in salita fino a raggiungere il centro abitato di Abasse.

Poco prima di raggiungere il primo complesso di villette, dato che ci stiamo approcciando ad un centro abitato, ci si para davanti un cartello che ci invita a moderare la velocità, per cui se stavi facendo il sentiero correndo a settanta chilometri orari, ricordati di rallentare e procedere ai cinquanta che è il limite consentito per i centri abitati.

Vai piano che sennò stiri i bambini

Dopo aver superato un gruppo di curiose villette arriviamo sulla strada principale dove qualche ora fa stavamo procedendo su un mezzo a motore ed iniziamo a procedere verso sud in direzione Abasse, non dopo aver staccato qualche mela da usare come spuntino per rinvigorirci.

A metà della borgata di Abasse, troveremo una strada in salita che sarà quella da percorrere per mantenerci sul sentiero; a facilitarci la vita possiamo notare i segnavia bianchi e rossi e le indicazioni col codice del sentiero.

Intrapresa questa salita con tutta la gioia che si può provare nell’intraprendere una salita dopo quella che abbiamo concluso nemmeno un’ora fa, ci ritroviamo su uno sterrato delimitato su un lato da una palizzata: la recinzione anti PSA (peste suina africana). La peste suina africana è una patologia arrivata dall’Africa che affligge cinghiali e maiali portandoli alla morte nel giro di poco tempo. Questa malattia si è diffusa in Italia a partire da queste zone, dopo essere accidentalmente arrivata dall’est Europa, laddove ha mietuto vittime per diversi anni. Lo scopo di questa recinzione è quello di contenere i contagi all’interno di un’area circoscritta in modo da far sì che la malattia non si espanda eccessivamente in aree troppo ampie, creando problematiche ecosistemiche non indifferenti su larga scala.

Proseguendo su questo tratto con una pendenza non eccessiva, arriviamo ad una deviazione sulla sinistra che ci porta al punto più alto del Bric dei Gorrei: una volta svoltato su questa lieve salita che si dipana tra la vegetazione xerofila erbacea del luogo, arriviamo al punto più alto della zona dove ci appare un panorama che non capita di osservare tutti i giorni.

La vista si perde letteralmente a trecentosessanta gradi senza che sia interrotta da nessun ostacolo. I rilievi più alti che sullo sfondo si fanno azzurrognoli, incorniciano il panorama del Monferrato e dell’Appennino piemontese.

Questo è il motivo di ogni nostra sfacchinata. Questo è il motivo per cui il fine settimana ci alziamo presto e camminiamo sotto il sole per chilometri con uno zaino sulle spalle su sentieri dissestati.

Le emozioni e l’appagamento trasmessi da un panorama immenso sono fonte di quell’ispirazione che dovrebbe essere il nostro nutrimento.

Dopo aver osservato l’immenso panorama offertoci dall’Appennino ed esserci così rifocillati dei nostri elementi di origine, torniamo sul sentiero e proseguiamo finché troviamo un cartello recante l’indicazione per Cascina Tiole, la nostra ultima destinazione prima di tornare al sacrario.

A Cascina Tiole potremo trovare un’area attrezzata al relax e al picnic; il luogo ideale per trascorrere qualche minuto di riposo al termine di un’escursione sotto il sole. Le piante che offrono ombra sono indicate da dei cartelli su cui vi è scritto il loro nome; si tratta di una preziosa occasione per imparare a riconoscere qualche pianta che non conosciamo ancora, e se ci prende la mania della botanica, possiamo fare due passi nel sentiero natura presente qualche decina di metri più in là e se saremo fortunati possiamo osservare qualche uccello che utilizza i nidi posti nelle vicinanze.

Se ci viene voglia di leggere nulla ci vieta di usufruire di qualcuno dei libri presenti nella bacheca appesa al muro della casetta (ovviamente senza rubarne o rovinarne alcuno).

Quando saremo pronti al rientro, ci incamminiamo lungo il sentiero lasciato poc’anzi per tornare al sacrario, da cui qualche ora fa stavamo partendo. Il caldo e il sole sono stati i nostri compagni di viaggio di oggi, abbiamo bevuto acqua come dei cammelli, le gambe sono indolenzite al solo ricordarsi di quella maledetta salita dissestata, ma la soddisfazione, come alla fine di ogni escursione è tanta.

Per cosa si fa tutto ciò? Per il benessere che puntualmente ritroviamo al termine di ogni escursione e che inevitabilmente condiziona il nostro essere con energie positive necessarie al nostro essere per affrontare la vita quotidiana e tutte le irrazionalità della società odierna.


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Ciao a tutti, mi chiamo Matteo, e la natura è sempre stata una parte fondamentale della mia vita. Questa passione mi ha accompagnato durante la mia crescita, finché non è sfociata in determinazione nel volerla trasformare in una professione. Ho frequentato così un percorso universitario a tema ambientale naturalistico che mi ha dato modo di ampliare ed approfondire nel modo migliore le mie conoscenze in materia e, successivamente, spinto dal voler trasmettere le sensazioni che la natura può regalare, sono diventato guida escursionistica. Inoltre, faccio parte dell’associazione Docet Natura e collaboro con ASD La Ventura. Provo un’immensa soddisfazione nel vedere i sorrisi e gli sguardi pieni di meraviglia nelle persone che scoprono la maestosità di piccoli fenomeni naturali, a loro poco prima sconosciuti!

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