Natura e Avventura – Escursione sul Monviso

Il Re di Pietra

Non è inusuale, quando si viaggia, visitare palazzi di antiche famiglie nobiliari ormai estinte o ammirare i palazzi dove dimorano i sovrani ancora viventi. Transitare nei pressi di Buckingham Palace e scattarne qualche foto quando si visita Londra è quasi un obbligo, così come visitare il Palazzo Reale a Torino quando si visita il capoluogo piemontese, oppure la Reggia di Caserta quando si visita la Campania.

È innegabile che lo sfarzo di tali palazzi e il concetto di “regalità”, esercitino un certo fascino sulla maggior parte delle persone, eppure, non sempre sfarzo e opulenza sono sinonimi di regalità; o per meglio dire, non tutti i Re vivono in palazzi lussuosi dai ricchi corridoi colmi di decorazioni.

Esistono sovrani ben più antichi e ben più longevi di quelli di cui si parla nei libri di storia o nei servizi giornalistici. Re e regine che hanno già assistito ed ancora assisteranno, all’avvicendarsi di molte generazioni di uomini e di eventi. Regnanti che i grandi scrittori del passato hanno omaggiato con versi o intere pagine.

I monti, entità che hanno fatto da sfondo ad eventi storici e depositari della storia del nostro pianeta, continuano a suscitare fascino ed ispirazione a chi sa contemplarli con l’occhio di chi è desideroso di conoscenza.

C’è una montagna in particolare, che noi piemontesi impariamo a riconoscere fin da quando nasciamo. Da piccoli ci viene insegnato a riconoscere la sua inconfondibile sagoma piramidale che nelle terse giornate si staglia all’orizzonte, laddove nasce il fiume Po. Ovunque andremo, nelle giornate limpide, estive o invernali, sapremo riconoscerlo a colpo d’occhio, ad indicarci l’ovest meglio di come potrebbe fare qualsiasi stella o qualsiasi altro elemento naturale.

In barba alla storia, in Piemonte esiste una sola residenza reale. Si trova tra le province di Cuneo e Torino, in mezzo a montagne alte tremila metri. L’unico vero Re d’Italia è stato e sempre sarà lui, il Re di Pietra, il Monviso.

Il Re di pietra è un monte alto 3841 metri, situato nelle Alpi Cozie. Lo possiamo individuare tra due valli alpine dalle quali è raggiungibile: la lunga e spettacolare val Varaita a sud e la breve e contorta valle Po a nord.

L’itinerario più seguito dagli escursionisti per giungere ai piedi o in vetta al Viso, inizia dalla valle Po in località Pian del Re, luogo in cui nasce il fiume più lungo d’Italia, nonchè che residenza di un animale esclusivo di queste zone: la salamandra di Lanza (Salamandra lanzai), un piccolo anfibio completamente nero che zampetta tra le praterie che si estendono tra i rifugi d’alta quota e la località di Pian della Regina, poco sotto Pian del Re. Questo animale è una specie endemica delle vallate circostanti al Monviso e ciò significa che non è presente da nessun’altra parte al mondo. Perchè questo strano fenomeno? La presenza di questo animale in questa determinata regione è data dalla storia naturale del luogo e di come evoluzione biologica e territorio, per un certo periodo siano andati a braccetto per poi spintonarsi ed andare ognuno per la sua strada….

Cioè.. ragazzi, il Monviso, la sorgente del Po e un animale endemico, tutti nella stessa zona? Si! che figata!

Dalla località di Pian del Re in valle Po, si dipartono vari sentieri, alcuni dei quali possono portarci ai rifugi Giacoletti e Quintino Sella, utili postazioni d’appoggio nel caso le nostre escursioni prevedano anche delle scalate sulle vette circostanti o nel caso volessimo fare trekking più lunghi ed impegnativi.

Comodo no? Parcheggio con rifugio e, giusto un paio d’ore di cammino più avanti, altri rifugi con polenta e birra. Una bella comodità nevvero?

Si, ed è appunto per questo che la nostra escursione di oggi alla corte del Re, partirà da un’altra parte….

Mettiamo la retromarcia e facciamo un passo indietro, anzi indietreggiamo di qualche chilometro fino a tornare in pianura. Ora voltiamoci a sud e andiamo a imboccare la Val Varaita, risaliamola e raggiungiamo il rifugio Alevè nel paese di Pontechianale.

Nel parcheggio del rifugio lasceremo la macchina, dopodiché ci caricheremo in spalla lo zaino per poi imboccare il sentiero che si inoltra nel bosco, sipario del maestoso Vallone di Vallanta, che percorreremo per diverse ore sulle orme degli antichi scalatori che diedero per primi l’assalto al Viso.

Il paesaggio attorno a noi si compone dei tipici aspetti da cartolina con cui vengono comunemente descritti i luoghi di montagna: alte abetaie e lariceti, inframezzati da praterie e l’immancabile torrente che si fa strada nel mezzo del fondovalle, creando la tipica colonna sonora delle passeggiate in montagna: lo scorrere dell’acqua sui piccoli raschi pietrosi che accompagna il calpestio degli scarponi sul sentiero di terra battuta. La vetta del Monviso fu raggiunta per la prima volta nel 1860 da due scalatori inglesi, William Matthews e Frederick Jacomb, accompagnati dalle guide Jean-Baptiste Croz e Michael Croz, dopo una serie di tentativi non andati a buon fine, avvenuti negli anni precedenti da parte di molti altri scalatori.

Si, degli inglesi hanno scalato per primi quello che prima ho definito il Re d’Italia ma si sa, i monti divideranno anche i territori ma uniscono i popoli. Dopotutto il K2 non è considerato la montagna degli italiani?

Persone di diversa nazionalità si incontrano sulle pendici delle montagne per scalarne le vette, incoraggiandosi a vicenda, senza farsi mai mancare quel saluto reciproco che scalda le membra affaticate e intirizzite dai gelidi venti delle terre alte. Non è raro poi udire una moltitudine di lingue quando ci troviamo nei bivacchi o nei rifugi; talvolta l’Italiano è la lingua meno udita in tali contesti, quasi come se ci trovassimo ai fori romani in estate.

Qualche salita e qualche curva più avanti ed il quadretto inizia ad arricchirsi di un paio di elementi che si faranno via via sempre più minacciosi protagonisti dell’escursione; da sopra le chiome degli alberi, iniziano a svettare le aspre cime dei monti, tra le quali, la guglia delle Forcioline e le Rocce Meano, due impervie punte rocciose di tolkeniana memoria che come due colonne poste all’entrata di un tempio, ci mostrano quale sarà la via da seguire.

Man mano che avanziamo, sarà sempre più chiaro ciò che ci aspetta: la gola delle Forcioline, posta esattamente in mezzo alle due aguzze punte che incombono sempre più vicine e minacciose ad ogni passo. Se poco fa la nostra esperienza è stata arricchita dal musicale scrosciare dei raschi del torrentello Vallanta, ora è probabile che anche l’olfatto decida di prendersi la sua parte, proprio quando nei pressi di antiche case in pietra, si incontrano mandrie di vacche al pascolo.

Aaah il profumo della montagna…

Il Re di pietra, fin dall’antichità non faticò a ritagliarsi una propria parte nella cultura delle popolazioni italiche. I Romani gli affibiarono il nome Vesulus, nome con cui venne citato da Virgilio e da Plinio il Vecchio nei loro scritti. Qualche centinaio di anni più tardi fu citato anche dal Petrarca col nome di Vesulo e addirittura da Dante, il quale lo cita nella Divina Commedia con il nome di Monte Viso.

“Come quel fiume c’ ha proprio cammino, prima dal Monte Viso ’nver’ levante, da la sinistra costa d’Apennino… “

Mentre pensiamo all’influenza culturale del Re verso i poeti che abbiamo studiato a scuola, arriviamo al bivio per il bivacco Boarelli, al quale dovremo svoltare a destra per inoltrarci così nel vallone delle Forcioline, un gigantesco anfiteatro selvaggio, con arbusti e massi erratici in platea, incoronato da creste rocciose e culminante nell’omonima gola: un ripido canalone che sembra una lieve rampa visto da lontano, ma che ci rivela la sua reale natura non appena ci troviamo al suo imbocco.

Il canale ci mostra fin da subito in modo spietato, come sarà la successiva ora di cammino, tant’è che nel primissimo tratto, una catena fissata alla roccia ci viene in aiuto per superare un paio di passi per niente scontati.

Il seguito, sarà una scalinata fatta di massi alti o bassi a zig zag fino al culmine del canale.

Abbiamo già tre ore e passa di cammino che pesano sulle nostre gambe, lo zaino sta scavando dei solchi nelle spalle, e su questi massi dissestati, quadricipiti e polpacci iniziano a bruciare. Il canale non concede sconti; non una diminuzione della pendenza, semmai aumentano i piccoli tornanti da superare per guadagnare dislivello, e l’altezza degli scalini su cui dobbiamo marciare, ci fa rimpiangere di non aver optato per fare una giornata al mare.

Il Viso ci sta facendo pagare il dazio per poter accedere alla sua corte ma d’altronde, mica a tutti, i re concedono udienza.

Quando percorsi questo sentiero, ad ogni passo il mio pensiero andava ai vecchi pionieri delle scalate alpine e mi ripetevo “sono sui loro passi…”. Ed ecco apparire al mio fianco Mattews, Jacomb, i fratelli Croz, Coolidge, Peyrotte, Sella e tutti gli storici scalatori ottocenteschi che in abiti di lana e scarponi in suola di cuoio, percorsero queste vie con l’obiettivo di conquistare la vetta del Re.

Quasi come se stessimo varcando la soglia di una maestosa reggia ornata da spettacolari giochi d’acqua, dalle alte pareti di roccia che racchiudono il canale, si aprono alte cascate, quasi come se qualcuno volesse darci il benvenuto a corte. L’acqua che vediamo cadere proviene dagli alti laghi delle forcioline a qualche centinaio di metri da dove ci troviamo: laghi alimentati dall’acqua proveniente dal cielo e dallo scioglimento delle nevi che cadono in alta quota.

Ed è fermandoci ad ammirare questo spettacolo che il nostro sguardo si volge al tragitto appena percorso; sotto di noi vediamo una miniatura dei luoghi appena visitati.

Non ci sono parole per descrivere ciò che vediamo per cui restiamo attoniti e silenziosi ad ammirare un panorama di quelli che sono le montagne possono regalarci, un panorama che riesce a dare un senso a ore di cammino e litri di sudore che impregnano i vestiti.

I panorami che ti stimolano i pensieri, ti impongono riflessioni e che ti fanno venir voglia di spingerti sempre più su fino a quando ci sarà qualcosa di più vasto da osservare.

Dopo ogni uscita in montagna si è inevitabilmente più ricchi di quando si è partiti. È impressionante quanto si può imparare sul nostro pianeta semplicemente osservando ciò che ci circonda durante la camminata.

La contemplazione e la riflessione, talvolta possono essere una scusa per fare un riposino ma nessun problema…il sentiero è sempre li che ci aspetta con i suoi alti e bassi, e con il suo dislivello che non accenna a diminuire se non per ancora qualche decina di metri.

Poco più in su, infatti, per la gioia di tutti i nostri muscoli, la pendenza diminuisce e si dovrà iniziare a zampettare da un masso all’altro evitando di finire nelle fessure.

Ancora qualche passo e si apre davanti ai nostri occhi l’altopiano finale, quello su cui troviamo i laghi delle Forcioline: un immenso vallone glaciale di alta montagna circondato da irte vette talvolta spolverate di bianco, con al centro due  laghi cristallini.

Ad un centinaio di metri da noi, la visione più desiderata dal nostro corpo rovente devastato dalla salita: il bivacco Boarelli, punto di sosta dove riposare e riempire lo stomaco, oltre il quale hanno inizio le vie battute dagli scalatori per raggiungere le vette che incoronano questo vallone.

I bivacchi sono strutture aperte tutto l’anno, concepite per essere punti d’appoggio per gli escursionisti che intendono percorrere itinerari lungo più giorni. Al loro interno è possibile trovare tavoli, sedie, brandine, a volte anche materassi cuscini, qualche coperta e nei più attrezzati, anche qualche pentola. Imperativo è, quando si usufruisce di un bivacco, lasciare sempre tutto in ordine, mai rubare niente e magari lasciare qualcosina che potrebbe far piacere all’escursionista che viene dopo di noi, ad esempio qualche bustina di tè, un po di caffè, qualche biscotto, qualche fiammifero o un po di pasta…

Attorno a noi solo roccia e qualche filo d’erba che riesce a spuntare tra le pietre. Pochi ma quanto basta per attirare fin quassù gli stambecchi (Capra ibex ibex), animali che non timorati dall’uomo possono avvicinarsi guardinghi anche a pochi metri da noi per osservarci da vicino.

Così come doveroso è, rispettare l’ambiente circostante, doveroso sarà rispettare questi animali. La distanza giusta tra noi e loro sarà quella decisa da loro: non avviciniamoci più del dovuto per fare un selfie di troppo o potremmo pagarne amare conseguenze. Nonostante la spiccata confidenza che possono mostrare, sono pur sempre animali selvatici e come tali dobbiamo osservarli senza interferire col loro comportamento.

Su questo altopiano possiamo godere di un panorama impressionante; attorno a noi vette che sfiorano o che superano i tremila metri di quota, come le vicinissime Punta Dante e Punta Michelis che si innalzano verso est, o il Dado di Vallanta che si innalza verso ovest. Verso nord, si apre il passo delle Sagnette, collegamento con la Valle Po e ad ovest di questo passo, il Re di Pietra si manifesta con la sua parete meridionale che domina la valle e la vetta, spesso e volentieri celata da qualche nuvola.

Sopportando lo zaino che per ore e ore che scava un fosso sul trapezio, camminando sugli sconnessi roccioni del canalone, ci siamo dimostrati meritevoli di ammirare il Viso dai suoi piedi. Fa sempre uno strano effetto vedere una montagna così da vicino, soprattutto quando siamo abituati a vederla in foto o da lontano e vedere il Monviso dai suoi piedi suscita indubbiamente forti emozioni.

La vista ci ripaga della fatica provata sul sentiero che ci ha condotto fin qui e dinnanzi alla maestosità di tali rocce, possiamo sentirci piccoli e insignificanti come quando pensiamo alla vastità dell’universo.

Se mi conoscete sapete anche fin dove mi sono spinto ma vabbè, sono solo una guida escursionistica e oltre, non mi è consentito accompagnarvi. Namastè!


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Ciao a tutti, mi chiamo Matteo, e la natura è sempre stata una parte fondamentale della mia vita. Questa passione mi ha accompagnato durante la mia crescita, finché non è sfociata in determinazione nel volerla trasformare in una professione. Ho frequentato così un percorso universitario a tema ambientale naturalistico che mi ha dato modo di ampliare ed approfondire nel modo migliore le mie conoscenze in materia e, successivamente, spinto dal voler trasmettere le sensazioni che la natura può regalare, sono diventato guida escursionistica. Inoltre, faccio parte dell’associazione Docet Natura e collaboro con ASD La Ventura. Provo un’immensa soddisfazione nel vedere i sorrisi e gli sguardi pieni di meraviglia nelle persone che scoprono la maestosità di piccoli fenomeni naturali, a loro poco prima sconosciuti!

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