Supramonte Di Oliena (NU): escursioni in una Sardegna semisegreta

La Sardegna è una terra antica dove la dimensione del turismo domestico ed internazionale più patinato e chiassoso non è riuscita a scalfire l’austerità ed il mistero delle sue terre più alte ed interne.  Il Supramonte cristallizza e rappresenta molto di ciò che si ritiene di conoscere dell’isola a partire dalla fierezza delle comunità locali, al ruolo della civiltà pastorale ed ai fatti di cronaca che hanno reso celebre quest’area in epoca contemporanea.

Geograficamente appartenente alla vasta area montuosa centrale della Barbagia fino a comprendere i rilievi dell’Ogliastra. Queste zone hanno un’identità storico-geografica relativamente spiccata ma sono tra di loro connesse proprio dall’estensione dell’altopiano calcareo del Supramonte.

L’isolamento geografico della Sardegna ne ha in qualche modo caratterizzato la storia fino dai tempi dei Cartaginesi: i Punici, infatti, erano relativamente disinteressati all’interno dell’isola che ritenevano inospitale e sterile preferendo occupare le aree costiere più funzionali ai loro traffici commerciali e dunque con le tribù locali si stabilirono dei rapporti di convivenza e scambio non del tutto pacifici ma, potremo dire, pragmatici.

La reale storia delle popolazioni di queste zone legata in qualche modo a quella dell’uomo moderno parte dal 1800 a.C. Nell’età del Bronzo antico, data che da ufficialmente inizio all’Età Nuragica. La grande Civiltà imperversò in tutta la Sardegna. dal 1800 al 238 a.C. Quando i cartaginesi diedero inizio alle invasioni dell’isola, nel VI secolo a.C. I nuragici sfruttarono le inaccessibili zone montuose della Sardegna come ultimo baluardo di difesa e spesso di offesa.

L’estensione del Supramonte ed i suoi punti salienti

I confini della Barbagia erano dunque più economici e sociali che politico-militari ed il Supramonte rappresentava la porzione più problematica di questa regione non a caso scelta a più riprese come sede di deportazione e di esilio. L’uso della montagna Barbaricina come colonia penale e l’indipendenza e riottosità delle comunità locali hanno, di fatto, costruito il mito della Resistenza Sarda come risposta continua a tentativi di colonizzazione e snaturamento culturale. A tal proposito lo storico Antonio Mattone scrive:

«La Sardegna, in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un’isola sulla quale è calata per i secoli la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza». Ciò è avvenuto in ogni tempo, con i Cartaginesi prima, con i Romani poi e molto più avanti con le autorità del nascente Stato Italiano con l’apertura della “questione sarda” e tutto il ciclo del banditismo che attraversa era moderna e contemporanea.

Lo storico G. Lillu (G. Lilliu La Costante resistenziale sarda p.81) trova accenti epici per descrivere la resistenza del «mondo barbaricino d’oggi»: un mondo «in tensione continua, aggressivo e braccato insieme, teso verso una frontiera paradiso (le antiche terre perdute con la conquista punica e romana)» che avrebbe rivisto nelle bardane, nelle «temporanee incursioni» e nelle «ricorrenti transumanze pastorali»; un mondo «sempre ritornante, sempre in ritirata verso l’antica riserva, verso la sua casa-guscio […]». Tuttavia dalle ricerche contemporanee emerge una continuità tra le vicende antiche (ed in particolare le divisioni tra clan e tribù locali fomentate dai Romani per piegare la resistenza all’avanzata dell’impero) e quelle più moderne in cui i conflitti tra villaggi sono proseguiti con faide sanguinose identificate da un profondo sentimento anti-sistema di volta in volta rappresentato da un dominatore o da una figura di stato unificatore. La percezione di questa storia complessa ed a tratti drammatica emerge ancora nei racconti degli anziani da fatti di cronaca anche recenti.

Il Parco Nazionale del Gennargentu

 Il tempo, tuttavia, scorre veloce ed oggi la storia complessa e peculiare di queste terre è percepibile nelle (caute) conversazioni con gli abitanti che temono, ora come in passato, la compromissione di valori ed identità. Tuttavia oggi sotto la spinta degli operatori turistici ed anche dei diversi progetti di promozione territoriale (tra cui la rete sentieristica) e lo stesso progetto (non ancora compiuto) di Parco del Gennargentu hanno di fatto consolidato questa visione unitaria dall’esterno. Nel territorio, invece, le comunità locali sono fortemente identitarie ma oggi meglio integrate dal punto di vista amministrativo anche se non molto coese dal punto di vista della progettualità.

Il progetto di Parco Nazionale fu elaborato per la prima negli anni ‘30 e trovò un esito solo nel 1998 con il Decreto del Presidente della Repubblica che ne sanciva l’istituzione. Tuttavia ad oggi le forti tensioni locali ed un percorso pubblico di condivisione e partecipazione assai faticoso e controverso non hanno portato alla nascita dell’ente di gestione e dunque il Parco è di fatto sospeso nel limbo amministrativo.

La mancanza di pianificazione e gestione specifica rallenta le possibili azioni di gestione e tutela di una delle più selvagge aree naturali d’Europa con un crescente turismo che, assai benefico sul piano dell’economia locale, rischia di svilupparsi in modo disordinato e non rispettoso delle sensibilità ambientali e sociali. In queste terre antiche l’emigrazione e la crisi demografica hanno decimato le comunità Fortunatamente vi è una buona risposta dei cittadini attraverso associazioni e cooperative (in particolare nel settore turistico e agroalimentare) che stanno cercando di dare una risposta forte e coerente nei confronti di un turismo che non conosce sosta, sospinto dagli stranieri che ormai visitano la costa orientale, l’Ogliastra ed il Supramonte in ogni stagione.

Forme e geografia del Supramonte

Le rocce calcaree (calcari dolomitici mesozoici) che costituiscono buona parte dell’altopiano e delle elevazioni rocciose sono caratteristiche per le forme dell’erosione che produce profonde incisioni e canyons (alcuni di sviluppo unico in Europa come la gola di Su ‘Gorropu nel vicino Supramonte di Dorgali).

L’ingresso alla Grotta di Sa’ Oche (La Voce) – Valle di Lanaittu

Il Supramonte ampiamente inteso si estende per oltre 350 kmq interessando gran parte del territorio dei Comuni Oliena, Orgosolo, Urzulei, Baunei e Dorgali che viene spesso identificato in settori corrispondente a tali località. Naturalmente è un territorio con intimi legami dal punto di vista morfologico, ecologico e storico a partire dall’identità dell’altopiano calcareo-carsico che al di sopra dei borghi si mantiene ad una quota tra gli 800 ed i 1200 m. Dunque un territorio assolutamente montano e con paesaggi di particolare severità. Molti anziani considerano Supramonte solo quello di Orgosolo (come peraltro riportate sulle mappe topografiche dell’IGM ancora tra anni ‘60 e ‘70).

La parte di altopiano propriamente detta di Oliena ha una superficie di 3.620 ha ed è una delle più alpestri con le pareti dei Monti Corrasi e Carabidda che incombono sul paese elevandosi per oltre mille metri di dislivello dalla valle. Il Corrasi (1464 mslm) è anche la vetta massima del Supramonte ma anche le altre sommità della giogaia chiamata Dolomiti sarde (M.ti Carabidda, Ortu Haminu, Fumai e Sos Nidos) sono costantemente sopra i milletrecento metri e determinano il paesaggio alpestre ed aereo dell’altopiano. Il carsismo è molto accentuato e vi sono cavità ipogee tra le maggiori in Europa oltre ad un complesso idrografico sotterraneo tra i più estesi del Mediterraneo. Il Supramonte di Oliena si continua morfologicamente con quello di Dorgali attraverso la nascosta Valle di Lanaitho alla sommità della quale, in una zona di intenso carsismo e ricca di doline grotte e campi solcati, vie è il complesso ipogeo di Tiscali, già abitato nel corso dell’Età Nuragica (XV/XIV – IX/VIII secolo a.C.), frequentato e ristrutturato durante l’Età romana (II/I secolo a.C.).

Geologia essenziale del Supramonte di Oliena (da Paci 1997)

Con ogni probabilità il sito è stato frequentato anche nel corso dell’Età prenuragica. Anni di vandalismo e saccheggi hanno compromesso molte preesistenze del sito (oggi maggiormente sorvegliato negli accessi) che tuttavia mantiene un notevole valore testimoniale. Esso è raggiungibile anche attraverso la rete sentieristica ed è un elemento di ulteriore fascino per l’escursionismo sull’altopiano. Nella valle di Lanaitto si aprono inoltre le grotte Sa Oche e de Su Ventu e la grotta Corbeddu, luogo nel quale il bandito Giovanni Corbeddu, vissuto alla metà dell’800, si rifugiava durante la latitanza.

Questa grotta più che da un punto di vista speleologico, è importante da quello archeologico e paleontologico. In esse sono stati rinvenuti tracce di un roditore esitnto in epoca romana, resti di Cervidi risalenti a 30.000 anni fa nonchè le evidenze della presenza dell’ Homo sapiens in Sardegnain  un’epoca compresa tra i 12 ed i 15.000 anni or sono. I millenni successivi furono caratterizzati delle conseguenze strascichi dell’era glaciale del Wurmiano, così per ritrovare consistenti tracce della presenza dell’uomo nell’isola si dovrà attendere il neolitico (6.000 a.C.).

Nella grotta sa Oche, dopo forti temporali, grandi quantità d’acqua spingono l’aria nelle cavità provocando boati udibili a notevole distanza La g​rotta ha un ampio ingresso con tre laghi, si apre a 150 metri d’altitudine e si sviluppa per circa 400 metri. Su Ventu (o Bentu), accessibile solo con esperienza speleologica, raccoglie il contributo dei corsi d’acqua che decorrono sugli altopiani di Orgosolo e Urzulei e risale in superficie alle sorgenti de su Gologone – altro gioiello naturalistico di Oliena – dopo aver percorso decine di chilometri nelle viscere terrestri. Si apre improvvisamente a 200 metri d’altitudine e ha uno sviluppo ampio e complesso, su vari livelli, di circa 16 chilometri.

Collegata da un sifone alla gemella Sa Oche, ha un andamento orizzontale con laghi, saloni e impressionanti dislivelli, caratteristiche che la rendono visitata da equipes speleologiche da tutto il mondo.

La limpidissima sorgente di Su Gologone all’imbocco della Valle di Lanaitto

Natura selvaggia e delicata

Supramonte significa anche una natura selvaggia e prorompente con altissimi livelli di naturalità garantiti da secoli di isolamento antropico: ancora oggi la densità abitativa è tra le più basse d’Europa e la popolazione è quasi esclusivamente addensata nei centri maggiori. Inoltre la gestione pastorale estremamente estensiva ha mantenuto un impatto modesto sui soprassuoli. L’agricoltura specializzata (ne parleremo più avanti a proposito delle stupende produzioni locali) è limitata alle zone di fondovalle o nei dintorni dei centri abitati. La perentoria elevazione dell’altopiano e la severità del paesaggio montano non permettono trasformazioni dei suoli. Ne consegue che l’altopiano ed i versanti principali presentano habitat estremamente preziosi come le foreste primarie di leccio, le praterie magre d’altitudine, le formazioni di tasso   e ginepro con individui che raggiungono altezze di diversi metri. Sui calcari dolomitici, in un areale molto ristretto in località Pradu a circa 1.100 metri di altitudine, tra la Punta Carabidda ed il Monte Corrasi, vegeta una rara specie vegetale endemica: il ribes di Sardegna (Ribes sardoum), classificata come a rischio critico a causa del suo ridottissimo areale. Secondo l’Ente Regionale Foreste non più di un centinaio di esemplari sarebbe presente in quest’area. Benché l’attività di pascolo sia rarefatta e condotta più in basso e la presenza escursionistica sia relativamente contenuta la situazione è decisamente delicata.

Per la rarità e l’importanza della sua flora il Monte Corrasi fin dal secolo scorso affascinò gli studiosi di botanica, primo tra tutti il piemontese Giuseppe Giacinto Moris. Questi visitò i monti di Oliena nel 1827, in compagnia di Alberto Ferrerò Della Marmora, e scoprì e descrisse un incredibile numero di specie botaniche. Oltre i 1000 metri di altitudine le specie dominanti sono la Santolina insularis e il Teucrium marum, presenti sia nella roccia nuda, sia tra gli accumuli di terra. Entrambe utilizzate dai pastori per curare animali e persone, dalla Santolina si otteneva un decotto che veniva somministrato agli animali per espellere i vermi dei cavalli, “su cuscusone”. Il teucrium essiccato e ridotto in polvere, se annusato profondamente, provoca lo starnuto, utile per liberare le vie respiratorie; ad Oliena è chiamato appunto “isturridahe”. Il Monte Corrasi e le vette più alte dei monti di Oliena sono un vero eden per la flora; vegetano infatti oltre 650 specie botaniche, pari a un terzo della flora sarda.

I campi solcati a Lanaittu

Circa 60 sono le specie endemiche, alcune esclusive del Corrasi, altre dei calcari centro-orientali, oppure sono endemiche della Sardegna o sardo-corse o del bacino del Mediterraneo.  Altre specie floristiche, pur non essendo endemiche, sono molto rare e hanno importanza fitogeografica. Lo studioso locale Angelino Congiu ha contribuito alla catalogazione di decine di specie ed alla individuazione di endemismi. Ma quello che affascina il visitatore è il contrasto tra gli altopiani sferzati dal venti ed i versanti che digradano verso valle dove vi sono boschi di leccio, ginepro e fillirea di dimensioni molto ragguardevoli e che determinano l’architettura rurale di ovili e ripari spesso realizzati proprio con l’intreccio delle ramaglie di queste specie.

Ricca è la fauna frequentemente osservabile con le dovute attenzioni: l’avifauna è rappresentata uccelli, con specie in costante stato di osservazione da parte degli studiosi e dalle autorità a causa delle minacce di erosione dell’habitat e di minacce dirette come l’aquila reale, il gheppio, l’astore, la cornacchia grigia di Sardegna, lo sparviero, ed il corvo imperiale di Sardegna. Essi nidificano indisturbati tra i sulle rupi più alte lontane dalla presenza dell’uomo.

Tra i mammiferi invece, un tempo era il cervo ad essere il padrone assoluto di questi territori e oggi vive solo nelle riserve controllate. Ad aver superato l’impatto antropico dell’uomo e di un’attività venatoria spesso incontrollata sono stati i mufloni, introdotti probabilmente nel Neolitico e perfettamente adattate a questi ambienti. Il cinghiale è presente in elevata quantità ed è spesso visibile mentre difficilmente incontrabili se non con pazienti appostamenti sono i mammiferi di piccola taglia come volpe, gatto selvatico, lepre e coniglio selvatico ed anche la martora.

Vista di Oliena e, sullo sfondo, di Nuoro salendo da Maccione verso il Belvedere Carabidda (Pradu)

Pastori e solitudine

Non si può affrontare il Supramonte senza entrare nella sua dimensione pastorale che è storia della terra Sarda ma soprattutto della sua montagna. Oggi è più difficile avere il privilegio di incontrare pastori durante il proprio cammino ma è frequente, invece, imbattersi nelle testimonianze della loro presenza sul territorio. Gli ovili, innanzitutto, spesso capolavori di architettura spontanea e realizzati con il pochissimo che offre la montagna ovvero pietra e ramaglia corta (alle alte quote praticamente solo ginepro). Oppure, le modeste e spesso invisibili delimitazioni delle aree di pascolo. L’utilizzo dei suoli prevedeva una differenziazione in tre cinture che si allargavano per cerchi concentrici attorno al comune: la prima cintura, prossima alle zone centrali, era la più fertile e per questo destinata agli orti familiari, rigidamente delimitati da alte siepi in rovo. La seconda era costituita dai chiusi, recintati con muri a secco e siepi ed utilizzati sia per colture arboree che per la semina dei cereali. I chiusi erano coltivati con un sistema di rotazione ed erano ripuliti da cardi, rovi e pietre prima dell’aratura, in tardo autunno. La terza e più esterna fascia, chiamata salto, comprendeva le terre non chiuse (comunali ma anche private) e soggette ad usi comunitari. Veniva utilizzata per lo più come pascolo, ma vi si praticavano anche forme di agricoltura estensiva.

Pastorizia e agricoltura si integravano reciprocamente per garantire l’ottimizzazione delle risorse disponibili e la sopravvivenza economica.

Il gregge ed i pastori (da archivio fotografico Comune di Oliena)

Negli ultimi cinquant’anni molti fenomeni sociali ed economici hanno progressivamente interrotto questo legame tra agricoltura di valle e allevamento in quota nonché progressivamente reso più sedentario e meno mobile (transumante) il pastore anche sulla spinta di regole igieniche sempre più stringenti che hanno ridotto moltissimo la trasformazione del latte direttamente presso gli ovili.

Da un lato questa trasformazione ha reso più dignitosa e meno dura la vita dei pastori dall’altra ha accentuato l’abbandono di vaste aree che, pur estremamente isolate e selvagge, erano comunque sempre presidiate.

Incontrare un pastore e ricevere la sua rude ma profonda ospitalità è tuttavia un’esperienza che in terra di Supramonte è necessaria a comprendere la storia, il paesaggio e la vicenda umana oltre ad arricchire fortemente l’escursionista.

Molti pastori si sono adattati a forme moderne di accoglienza che potremmo definire di tipo agrituristico offrendo i propri ovili come strutture ricettive in quota a servizio, in particolare, dei trekking di lungo percorso. Ciò ha portato ad un nuovo legame tra giovani e meno giovani ed una migliore inclinazione al turismo esperienziale moderno grazie ad un fiorire di associazioni ed iniziative ma certo toglie qualcosa alla spontaneità di un approccio più simbolico e casuale, non organizzato.

Il mondo pastorale in Sardegna ha prodotto ben altro che latte, formaggi, carne e lana: ha dato luogo al pastoralismo e ai codici e valori che esso sottende e che in buona sostanza costituiscono il nerbo della civiltà e dell’intera cultura sarda ed il fallimento dell’industrializzazione forzata in terra sarda ha, in ultima analisi, messo in luce i limiti di progetti economici aggressivi e mortali. Lo studioso Francesco Casula così conclude una sua riflessione circa il “vivace” Movimento dei Pastori Sardi:

“Sena pastores e sena pastoriu, si-che morit sa Sardigna
Senza la pastorizia la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.”

La dolomitica parete NO di Punta Carabidda ed i ginepri giganti (Parco Naturale M. Corrasi)

Camminare, scalare, esplorare

Il Supramonte è un Eldorado per le attività di montagna, con la M maiuscola. Ci sono tutti gli ingredienti giusti anche per i più incalliti avventurosi: isolamento, lunghi percorsi, dislivelli considerevoli, problemi di orientamento. Non deve ingannare la condizione ambientale spiccatamente mediterranea: in inverno possono esserci prolungati e forti venti gelidi mentre in estate il caldo può essere feroce. La natura carsica dei luoghi fa sì che siano rare le sorgenti ed in generale la presenza di acqua di superficie e già questo è un aspetto che determina alcune scelte nella gestione delle escursioni. La condizione di altopiano fa sì che al di fuori dei dintorni delle vette principali vi siano pochi punti di riferimento ed in caso di scarsa visibilità per nebbia o in ore notturne è importante essere molto cauti e preparati. Del resto questo è il fascino del Supramonte affrontato by fair means e speriamo che tale resti per sempre. La stessa sensazione di dura solitudine la possono dare le attività di arrampicata.

La Sardegna è ormai una delle mete mondiali di riferimento per l’arrampicata ma sulle vie in parete difficilmente si trovano code, gli approcci e le discese richiedono talvolta fiuto da pastori e non vanno mai sottovalutate. Negli ultimi due decenni in particolare francesi e tedeschi hanno mostrato uno sconfinato amore per queste terre non senza qualche problema di scarsa sensibilità verso la storia dei luoghi, sia sotto il profilo alpinistico che escursionistico. L’Azienda Regionale Foreste, braccio operativo della Regione Sardegna, sta conducendo (come altre regioni italiane) l’impegnativo progetto del Catasto Regionale dei Sentieri che sta mettendo a disposizione dei viaggiatori un buon numero di itinerari segnalati con cura secondo le modalità standard condivise a livello regionale.

Salendo verso la vetta del Monte Corrasi

Questo fatto se da un lato facilita l’accesso e la frequentazione dall’altro toglie qualcosa al carattere dei luoghi dove la rete di percorsi pastorali tradizionali spesso è un secondo e poco visibile “strato” di percorsi e situazioni conosciuto solo dei locali. È per questo che in autonomia o anche (come nel caso di chi scrive) è interessante condividere esperienze con escursionisti e professionisti locali: si entra in un differente contesto che trascende la semplice escursione e che permette di permearsi con questo territorio speciale. È difficile qui fare una rassegna delle possibilità offerte dal Supramonte di Oliena e citeremo solo alcune proposte rimandando poi ad una ricerca personale ed alla relazione con Guide ed esperti locali la propria idea di viaggio. Proprio il Supramonte di Oliena è protagonista dei lavori finanziati da risorse nazionali e comunitarie per l’adeguamento e la valorizzazione delle principali direttrici della R.E.S (Rete Escursionistica della Sardegna).

Oliena – Monte Corrasi

Questo sentiero, di recente sistemazione, è una direttrice importante perché connette il centro del paese alla sua montagna più alta (il Corrasi) attraverso un percorso costantemente in salita (nel senso di percorrenza principale) che tocca numerosi punti panoramici e di interesse, attraversando una discreta varietà di fondo e di paesaggi, dal paese attraverso i pineta e lecceta di mezza costa, raggiungendo boschi vetusti ricchi di lecci secolari e fin sulle pendici del Supramonte, con i caratteristici calcari. Una lunga rotabile parte da Oliena e salendo attraverso il Monte Maccione (ristorante) sale fino al Pradu punto nodale tra Oliena e l’altopiano. Il sentiero segnato evita in gran parte questa rotabile. Questo percorso è parte del Sentiero Italia che attraversa tutte le principiali creste del Supramonte. Il dislivello dal centro di Oliena al Corrasi è di 1028 m per circa 3 ore di percorrenza. Questo è anche il tracciato della gara Vertical Corrasi di recente istituzione nella galassia dei trail.

Quadro d’unione della Rete Escursionistica Sarda nel Supramonte di Oliena

Anello di Tiscali dalla Valle di Lanaittu

Uno dei sentieri storici per la visita al sito di Tiscali e per collegarsi al Supramonte di Dorgali attraverso la valle sospesa di Surtana. La valle di Lanaittu si sviluppa tra alte dorsali rocciose a partire dal bivio di Su Gologone (circa 6 km dal centro di Oliena). La rotabile prima in cemento poi sterrata raggiunge il fondo della valle con dove vi è un vasto oliveto comunale ed una struttura ricettiva attualmente dismessa. Da qui è facile arrivare alle grotte di Sa Oche (rifugio-centro visite) e Su Bentu. Dal fondo della strada si prende il sentiero segnalato a sinistra che sale lungo una codula (torrente secco) successivamente alzandosi sugli spalti rocciosi della sinistra orografica della Vale di Lanaitto.

l villaggio ipogeo di Tiscali

Il sentiero ha qualche tratto esposto ed alcune sezioni su campi solcati in cui è necessaria attenzione. Si arriva così ad uno stretto valico (420 mslm) da cui si può scendere verso Tiscali oppure proseguire verso Dorgali (Ponte S’Abba Rva) o scendere nuovamente verso Lanaittu attraverso la Fessura di Tiscali, stretta e ripida incisione in cui infilarsi per proseguire sul sentiero. Questa escursione si può compiere in 2-3 ore dall’area di Sa Oche e circa 350 m di dislivello complessivo.

L’imbocco della Dolina ove è posto il sto nuragico di Tiscali

 Questi due itinerari, in qualche modo simbolici delle due parti del Supramonte di Oliena possono essere collegati attraverso altri lunghi itinerari che percorrono l’altopiano e che danno vita a lunghi e complessi trekking di alto livello sportivo e paesaggistico. Da due anni l’Associazione Culturale GEOV di Oliena con la Federazione Italiana Skyrunning organizza un’importante manifestazione di skyrunning su questi itinerari e con l’entusiastica partecipazione di atleti da tutta Italia e dall’estero proprio per la qualità e la selettività dei tracciati. I percorsi utilizzati per le gare danno un’idea delle possibilità di connessione tra gli itinerari.

Per la scalata sono leggendari gli itinerari della Punta Cusidore (la parete più alta della Sardegna) con sviluppo fino a 700 e caratteristiche decisamente alpinistiche. La via dello spigolo Nord Ovest (Legione Reale Truppe Leggere, TD – V+) è forse l’itinerario più classico dell’intera Sardegna, paragonabile ad una grande via Dolomitica, con discesa non banale ed isolamento garantito. Esattamente sopra Oliena la parete ovest della Punta Carabidda offre diversi itinerari moto aerei e di facile accesso. Nella Valle di Lanaittu la parete del Monte Uddè è una delle più rappresentative per l’arrampicata di ampio respiro di medi-alta difficoltà.

La compatta muraglia del Monte Uddè sopra Lanaittu

Per l’arrampicata sportiva ed alpinistica il Supramonte offre una quantità smisurata di itinerari tali da rivaleggiare con altri famosi luoghi europei più o meno alpini ma con lo straordinario valore aggiunto dell’ambiente di Sardegna. Per chi, tra i lettori di questo articolo, cullasse un’inesauribile passione speleologica vale la pena ricordare che il Supramonte ospita cavità tra le più profonde d’Europa e complessi di grotte ancora in parte da esplorare. Nell’area sono censiti 64 complessi carsici ma la stragrande maggioranza di questi richiedono competenza ed esperienza speleologica complete. Ovviamente, per brevità, inutile citare le sconfinate possibilità per la nostra amata bike benché la complessità dei percorsi li renda spesso poco pedalabili. In compenso i molti percorsi sterrati offrono notevoli possibilità di lunghi concatenamenti ma è buona cosa informarsi preventivamente circa l’esistenza di divieti.

L’ospitalità del Supramonte

Da tempo, il mito dell’ospitalità sarda è cosa granitica e diffusa. Prendendo in mano la Guida del Touring club italiano del 1918 (quindi molto prima dei contemporanei approcci del turismo responsabile) «L’ospitalità sarda non è un mito, si manifesta in tutte le classi, in tutti i gradi ed in tutti i modi, in una misura che stupisce il continentale, ed in maniera cordiale, toccante, di cui non ha idea. Bisogna far molta attenzione a non ferire la suscettibilità dell’ospite con profferte di compensi, che pur sembrerebbero dovuti e naturali». Ma già quasi due secoli prima il gesuita piemontese Francesco Gemelli, professore di eloquenza latina all’Università di Sassari, nel suo Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura (1776), scriveva: «Non avendo questo regno al par della Corsica pubblici alberghi od osterie, supplisce a un tal difetto la molta cortesia de’ paesani; conciossiaché sien veramente i Sardi nella ospitalità emulatori delle più colte nazioni, e imitatori della cordialità de’ tempi eroici e de’ patriarcali» .

Tutto ciò oggi si vede e si tocca con mano sia nella facilità con cui si può essere coinvolti nel denso programma di feste religiose e popolari. Ma anche nella facilità con cui – dopo i primi guardinghi approcci- si possa essere coinvolti nella vitta della Comunità. Non si tratta solo dell’invita a condividere una “merenda” o un bicchiere (spesso molti) bicchieri di vino ma anche nel riconoscimento implicito del visitatore e del viaggiatore in una terra dove, come raccontato, in tempi storici il visitatore equivaleva al potenziale invasore. Oggi il visitatore può contare su un’Amministrazione Comunale moderna che sta cercando di valorizzare in chiave di ospitalità le peculiarità locali. Non è un caso che un comune importante come Oliena (oltre 6000 abitanti) non abbia praticamente alberghi (salvo un’importante struttura a Su ‘Gologone) ma una notevole offerta di B&B, appartamenti, stanze, home restaurant quasi a voler indicare il mantenimento di un rapporto misurato e curato con l’ospite, un certo controllo dei numeri e la volontà di fare ricettività moderna senza clamore e senza eccessi. Siamo nella zona di produzione del magnifico vino Cannonau e della peculiare variante di Oliena chiamata Nepente. È questa una piccola DOC di grande pregio, forte, fruttata e perfettamente adatta ad una cucina intensa a base di carni arrostite e formaggi stagionati. Ad Oliena la Cantina Sociale è il punto centrale dell’offerta di prodotti locali dove potrete trovare le produzioni locali tra cui l’immancabile formaggio pecorino ed il miele. Ad Oliena e dintorni è pressoché impossibile restare indifferente all’offerta agro-alimentare che rappresenta oggi una delle maggiori scommesse dell’accoglienza e della crescita di un sistema imprenditoriale locale in equilibrio con il territorio. Da molti anni le Guide Alpine e gli Accompagnatori di Media Montagna di Hike&Climb frequentano queste terre di Sardegna con diversi partner locali e saranno lieti di consigliarvi ed accompagnarvi nelle vostre esperienze.


Vorresti organizzare un viaggio in queste zone? Clicca qui e compila il form: troveremo per te la giusta Guida turistica, escursionistica o esperienziale che possa accompagnarti alla scoperta del territorio!


HIKE & CLIMB – FABIO PALAZZO
Sono Guida Alpina UIAGM e Dottore Agronomo, docente a contratto di Pianificazione del Paesaggio presso l’Università di Genova. Vivo a Genova ma nel lavoro di Guida mi divido tra la Liguria, la Toscana, l’arco alpino e qualche bella esplorazione fuori dall’Europa.
Nelle due professioni, ormai da molti anni, cerco di unire le esperienze lavorative e personali in una sintesi che contribuisca ad arricchire chi entra nel mondo complesso ed emozionante delle montagne. Praticamente tutta la mia vita lavorativa è stata finora spesa nelle aree interne italiane. Che non sono solo montagne ma anche cultura materiale e comunità.
Accompagnando e formando come Guida o contribuendo al percorso dei giovani paesaggisti spero di condividere la consapevolezza per il valore e la sensibilità del territorio montano ed il suo riscatto attraverso la conoscenza e la pratica sportiva. Mai fine a se stessa.
Sono un Tecnico del Corpo Nazionale di Soccorso Alpino e Speleologico ed un membro del Club Alpino Accademico Italiano nonché un socio ordinario dell’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio e della Società Italiana dei Territorialisti.
Spero di condividere con tutti Voi non solo esperienze ed informazioni ma anche una presa di posizione nei confronti del mondo che cambia attraverso un modo responsabile e partecipativo di esplorarlo. Anche dietro la porta di casa!

Rispondi