Finestre sull’arte – Babele nell’arte medievale

Una torre alta fino al cielo

Il mosaico dell’atrio della Basilica di San Marco a Venezia del XIII secolo

Nell’articolo di oggi vorrei condividere con voi un piccolo estratto della mia tesi di laurea che tra non molto discuterò. Si tratta di un approfondimento sulle trasposizioni iconografiche della vicenda biblica della Torre di Babele, valutandone gli elementi di continuità e le modificazioni intercorse durante l’età medievale. Per l’occasione ho scelto un’opera che a mio parere riassume bene tale percorso: il mosaico dell’atrio della Basilica di San Marco a Venezia del XIII secolo.

Secondo il racconto biblico, la torre di Babele fu costruita nel Sennaar (in Mesopotamia) con l’intenzione di arrivare al cielo e dunque a Dio. Gli uomini volevano arrivare al cielo per farsi un gran nome e non essere dispersi su tutta la terra come Dio gli aveva comandato (Gen. 1, 28). Ma Dio creò scompiglio nelle genti e, facendo in modo che le persone parlassero lingue diverse e non si capissero più, impedì che la costruzione della torre venisse portata a termine.

L’episodio biblico è illustrato in due immagini, una relativa alla costruzione della torre, l’altra alla discesa di Dio e alla dispersione. A sinistra il cantiere edile è in piena attività: in primo piano vediamo le impalcature; c’è chi prepara i mattoni e li porta sulle spalle verso la sommità; chi mescola la calce con la marra, e non il bitume come cita Genesi 11, 3. Tre uomini si rivolgono ai muratori che lavorano ai piani più alti. Uno di questi porge in alto un secchio pieno d’acqua. Un altro osserva la scena, portandosi due dita alle labbra. Il gesto potrebbe alludere alla futura incomprensione linguistica, la quale è resa esplicita nella scena affianco.

Davanti a quest’ultimo, un uomo sovrintende ai lavori che, riconoscibile per il suo ricercato abbigliamento e per la squadra che ha tra le mani, lo si può identificare – in parallelo con altre miniature e opere d’arte medievali – con Nimrod, il mitico fondatore di Babele. A sinistra un operaio raccoglie dei conci per riporli in un contenitore, posto su un tripode; di fianco, un altro si rivolge ai muratori in cima alla torre.

Da terra parte un’impalcatura che sale lungo la torre, fino al piano più alto dove lavorano due muratori. Uno di questi tiene in mano uno scalpello e si rivolge al compagno più in basso, mentre l’altro è inginocchiato davanti a un bacile di malta, nella quale è immersa la cazzuola, dalla quale si intravede il manico. L’iscrizione, da sinistra, recita «Post mortem vero Noe dixerunt gentes: “Venite, faciamus nobis civitatem et turrium cuius culmen pertingat ad coelum”» [Dopo la morte di Noè le genti dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre la cui sommità tocchi il cielo»] (Gen. 11, 4).

Il testo biblico prosegue: «Quod intuens Dominus ait: “Venite videre civitatem et turrem quam eadifficant filii Adam» [Vedendo ciò, il Signore disse: «Venite a vedere la città e la torre che i figli di Adamo stanno edificando»] (Gen. 11, 5).

E poi cita letteralmente: «Ecce unus est populus et unum labium omnibus. Venite igitur, desscendamus et confundamus ibi linguam eorum ut non audiat unusquisque vocem proximi sui» [Ecco sono un popolo solo e hanno tutti un’unica lingua. Venite, dunque, scendiamo e confondiamo la loro lingua perché ognuno non capisca la lingua del suo vicino»] (Gen. 11, 7).

L’artista si attiene al testo biblico, che non parla della sua violenta distruzione della torre; infatti, essa è rappresentata ben due volte e si è fatto in modo che assomigliasse al campanile di San Marco, costruito tra il XI e l’XII secolo; anche se il riferimento più specifico va al campanile della vicina chiesa di Santa Margherita.

Nel riquadro musivo di destra appare il Creatore benedicente che, attorniato dalla corte celeste, è sceso in terra e, fatta cessare la costruzione, si pone al centro della torre incompiuta, mentre due angeli allontanano in direzioni opposte quattro gruppi di uomini i cui atteggiamenti risultano connessi sotto forma di chiasmo. È così riprodotta la scena annunciata dall’iscrizione: «Atque ita divisit eos ex illo loco in universas terras. Et cessaverunt edifficare turrim» [E così li disperse da quel luogo su tutta la terra. Ed essi cessarono di edificare la torre] (Gen. 11, 8). Anche in questo caso la scritta introduce una variante significativa al testo biblico, nel quale si legge «civitatem» [città] e non «turrim».

Nel mosaico ci si interessa più del segno spettacolare e facilmente rappresentabile. Un ultimo aspetto merita di essere rilevato: il Creatore compare anche nell’immagine di destra, con tre angeli, affacciato da una lunetta di cielo. Qui tutto si fa doppio: le due presenze divine, le due torri, i gruppi di uomini che si disperdono, con l’intento di chiarire concetti simbolici e teologici non sempre di facile lettura.


Una prima laurea in Scienze dei Beni culturali e una specializzazione in Storia e critica dell’arte. Convinta aspirante insegnante, milanese di nascita, amante di tutto ciò che è artistico!
La rubrica “Finestre sull’arte” nasce per raccontare e condividere con voi ciò che conosco su opere, artisti e correnti artistiche, raccontandole in brevi articoli di pochi minuti, come se fossero delle vere e proprie pillole da assumere una volta al giorno. Perciò, se siete interessati ad approfondire la vostra conoscenza su questi temi, date un’occhiata ai miei articoli sul blog!
Contatti:
E-mail:
 alicebrivio1@gmail.com
LinkedIn: http://www.linkedin.com/in/alice-brivio-3b4325142
Instagram: alicebrivio_

Rispondi